Beato Simone
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IL  B. SIMONE DA COLLAZZONE,

MINISTRO E SERVO DELLA FRATERNITÀ

«A frate N... ministro. Il Signore ti benedica!

Io ti dico, come posso, per quello che riguarda la tua  anima, che quelle cose che ti sono di impedimento nell'amare il Signore Iddio, ed ogni persona che ti sarà di ostacolo, siano frati o altri anche se ti coprissero di battiture, tutto questo devi ritenere come una grazia.

E così tu devi volere e non diversamente. E questo tieni in conto di vera obbedienza da parte del Si­gnore Iddio e mia per te, perché io fermamente ricono­sco che questa è vera obbedienza. E ama coloro che agiscono con te in questo modo, e non esigere da loro altro se non ciò che il Signore darà a te. E in questo amali e non pretendere che diventino cristiani migliori.

E questo sia per te più che stare appartato in un eremo.

E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore ed ami me suo servo e tuo, se ti diporterai in questa ma­niera, e cioè: che non ci sia alcun frate al mondo, che abbia peccato, quanto è possibile peccare, che, dopo aver visto i tuoi occhi, non se ne torni via senza il tuo perdono, se egli lo chiede;  e se non chiedesse per­dono, chiedi tu a lui se vuole essere perdonato.  E se, in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo: che tu possa attrarlo al Si­gnore; ed abbi sempre misericordia per tali fratelli.»

 ( S. Francesco, Lettera a un Ministro)

 

«I frati che sono costituiti come Ministri e servi degli altri frati, spesso li visitino e spiritualmente li esortino e li confortino… E ricordino che il Signore dice: “Non sono venuto per essere servito ma per servire».

(S. Francesco, Regola non bollata)

  1. La primavera francescana  

     È  stato affermato che il francescanesimo, nella sua più nitida purezza, è Francesco: sboccia, si sviluppa e si chiude con lui e con la sua esperienza inimitabile e irrepetibile. Tuttavia, fin dai primi anni della sua conversio­ne, il Signore donò al Poverello dei fratelli, «uomini di tanta santità – dicono    I Fioretti - che dal tempo degli apostoli in qua il mondo non ebbe così meravigliosi e santi uomini»[1].

     Si tratta sicuramente di una iperbole, ma è indubbio che quella che è stata  chiamata «la primavera francescana» non è pensabile senza i compagni e discepoli del Santo, che con lui diedero vita ad un movimento evangelico così splendido e innovativo da riempire di meraviglia la chiesa e il mondo.

     Secondo lo Specchio di perfezione, Francesco, volendo delineare l’identikit dell’autentico frate minore, nomina alcuni di questi compagni:

      «Sarebbe buon frate minore colui che riunisse in sé la vita e le attitudini dei seguenti santi frati: la fede di Bernardo, che la ebbe perfetta insieme con l'amore della povertà; la semplicità e la purità di Leone, che rifulse veramente di santissima purità, la cortesia di Angelo, che fu il primo cavaliere entrato nell'Ordine e fu adorno di ogni gentilezza e bontà, l'aspetto attraente e il buon senso di Masseo, con il suo parlare bello e devoto; la mente elevata nella contemplazione che ebbe Egidio fino alla più alta perfezione; la virtuosa incessante orazione di Rufino, che pregava anche dormendo e in qualunque occupazione aveva incessantemente lo spirito unito al Signore; la pazienza di Ginepro, che giunse a uno stato di pazienza perfetto con la rinunzia alla propria volontà e con l'ardente desiderio d'imitare Cristo seguendo la via della croce; la robustezza fisica e spirituale di Giovanni delle Lodi, che a quel tempo sorpassò per vigoria tutti gli uomini; la carità di Ruggero, la cui vita e comportamento erano ardenti di amore; la santa inquietudine di Lucido, che, sempre all'erta, quasi non voleva dimorare in un luogo più di un mese, ma quando vi si stava affezionando, subito se ne allontanava, dicendo: Non abbiamo dimora stabile quaggiù, ma in cielo»[2].

     In questo elenco di modelli francescani non ci sono tutti i frati esemplari. Il Santo, che amava teneramente i suoi compagni e li apprezzava per le virtù e le buone attitudini che erano in loro, nel brano citato ne propone solo alcuni a mò di esempio. Egli vuole in realtà educare i suoi frati ad entrare nella logica del pensare positivo, che consiste nel cogliere quello che di buono l'altro porta dentro di sé, come talento da far fruttificare; inoltre vuole inculcare la messa in comune dei doni: poiché nessuno è completo, è dall’insieme delle qualità e caratteristiche positive di ognuno che nasce una comunità ideale.

     L’elenco di Francesco non solo non è esaustivo, ma potrebbe continuare senza fine perché i compagni meritevoli di citazione sono innumerevoli. Gran parte di essi proveniva dalla valle spoletana  e un nome di spicco è certamente quello del beato Simone da Collazzone, di cui ricorre in quest’anno giubilare il 750° della morte (1250 – 2000) e il cui ritratto biografico, degno di figurare accanto a quelli di S. Francesco e S. Antonio di Padova, chiude la galleria di grandi personaggi proposti all’attenzione del lettore in queste pagine.

2. La biografia

     Attingendo notizie certe da varie e importanti fonti antiche (Giordano da Giano, Salimbene da Parma, Bartolomeo da Pisa, Marco da Lisbona, Wadding, Iacobilli, Faloci Pulignani, ecc.), possiamo tracciare una sintesi biografica del beato Simone da Collazzone abbastanza sicura nelle linee essenziali, seppur con qualche incertezza di ordine cronologico.

     Nessun problema sul luogo di origine e sui genitori: Simone nacque da nobile famiglia a Collazzone, un castello nel territorio di Todi; suo padre, Todino, era conte di Collazzone e sua madre, la contessa Matilde, era legata da amici­zia all’imperatrice Beatrice, di cui era dama di corte, e all’imperatore Ottone IV incoronato a Roma il 4 ottobre 1209 da Innocenzo III. È più difficile invece stabilire con esattezza il suo anno di nascita, a motivo della discordanza tra i biografi, ma sicuramente la data oscilla tra la fine del secolo XII e gli inizi del XIII.

     Egli è chiamato comunemente dai biografi e dagli storici «Simone della Contessa», il che rivela quanto fosse preminente la figura materna nel contesto familiare dei conti di Collazzone e nell’educazione umana, cultu­rale e religiosa dei loro figli, tre maschi e due femmine. A motivo di questo titolo, si è supposto che Simone sia rimasto orfano di padre in tenera età; ipotesi verosimile, come l'altra che vorrebbe il padre Todino impegnato nelle campagne politiche e militari al seguito dell’imperatore e dunque impossibilitato ad attendere al cammino di formazione dei figli.

Il fascino di Francesco

     Trascorsa la sua infanzia nella massima rettitudine, come testimoniò al processo di canonizzazione un suo concittadino («era di buona indole, di sana e onesta conversazione e casto»[3]), a dodici anni di età Simone rifiutò di andare in Inghilterra presso la scuola del celebre maestro Stefano da Langton che, scelto da Innocenzo III nel 1207 per la sede arcivescovile di Canterbury, aveva incontrato l’opposizione del re Giovanni senza terra; una opposizione così netta e dura che il papa era intervenuto mandando l’interdetto sull’Inghilterra.

     Non deve sorprendere l’invito rivolto a Simone a recarsi in Inghilterra: a quel tempo non mancavano ragazzi italiani che andavano a studiare in quel paese. Sorprende invece la maturità di Simone, capace di sottrarsi al fascino di un’avventura in paesi lontani, al richiamo di una scuola prestigiosa e alla suggestione di una carriera assicurata.

     Cosa c’era dietro quell’inatteso rifiuto? C’era quasi certamente una irresistibile attrazione esercitata, sul giovinetto, dalla «folle», radicale, originale scelta di un giovane della vicina Assisi, Francesco, che inaspettatamente aveva abbandonato la vita brillante e gaia, fatta di feste, banchetti, amori, soldi e lussi, per dedicarsi completamente al Signore e vivere il vangelo senza sconti, allo stato puro. In breve tempo molti giovani di ogni estrazione sociale, conquistati da quell’esperienza che tanto sapeva di fresco e genuino, lo  avevano seguito entusiasti  dando vita a fraternità autenticamente evangeliche, che stavano suscitando grande ammirazione fra la gente di tutta la valle spoletana e oltre i confini.

     Anche Simone, affascinato dagli ideali e dalla vita di Francesco e vincendo la resistenza dei suoi, intorno ai quattordici anni rinunciò al blasone di famiglia e al notevole patrimonio del padre per seguire Cristo nello stile povero e umile di Francesco, divenendo  una figura di grande rilievo e prestigio nell’Ordine minoritico.

Confondatore dell’Ordine in Germania

     Nel 1221 Simone visse con intensa emozione un avvenimento france­scano passato alla storia: il famoso «Capitolo delle Stuoie». Circa cinquemila frati convennero a piedi a S. Maria degli Angeli, da ogni parte d’Italia e dall’estero, convocati da Francesco.

     La gente li vedeva nelle radure dei boschi e nei campi, divisi in gruppi, intenti a meditare, a pregare, a parlare di cose spirituali, a raccontarsi le esperienze vissute, a progettare il futuro e a organizzare la vita dei con­venti e degli eremi. La partecipazione a quel tempo era aperta a tutti i frati: sacerdoti e fratelli laici, superiori e novizi.

     Avvicinandosi l’estate, le notti erano ormai miti, per cui dormivano all’aperto o sotto dei tetti di stuoie o dentro capanne improvvisate. Per il vitto, i cinquemila si affidarono come sempre alla provvidenza divina, che si manifestò abbondantemente tramite la carità degli abitanti delle campagne e delle città vicine. File di asini e di muli carichi di pane, vino, for­maggio, fave ed altri viveri si diressero verso la Porziuncola da Perugia, Assisi, Foligno, Spello, Spoleto e da altre parti, con tanta generosità che i frati, per consumare le provviste, rimasero altri due giorni, oltre ai sette previsti, prima di tornare ai loro conventi.

     Francesco, servendosi della voce possente di frate Elia, suo vicario, con affetto paterno invitò i suoi frati a vivere fedelmente gli ideali evangelici per i quali avevano lasciato tutto e li invitò ad allargare gli orizzonti della loro predicazione e missione andando in altri paesi, in particolare in Germania.

     Per la verità, qualche anno prima (1217 o 1219) una sessantina di frati erano già stati inviati in quella nazione, ma tutto si era risolto in una comica a motivo della lingua che non conoscevano. Appena arrivati, infatti, essendo stato chiesto loro se volevano alloggio e vitto, avevano risposto «ià» ed erano stati trattati bene. Pensando che quella parola fosse provvidenziale, avevano deciso di rispondere sempre «ià». E «ià» avevano risposto anche alla domanda se fossero degli eretici! Così erano stati incarcerati, portati in giro nudi per le vie della città e derisi dalla folla; dopo di che erano ritornati in gran fretta in Italia.

     Nel 1221 la missione fu organizzata in modo molto più oculato, come narra Giordano da Giano nella sua vivace e umanissima Cronaca. A capo fu messo un frate tedesco, Cesario da Spira, che partì per la Germania con venticinque frati, scelti tra i novanta che si erano dichiarati pronti a rispondere all’appello di Francesco.

     Nell’elenco dei prescelti, oltre allo stesso Giordano da Giano e ai celebri Tommaso da Celano e Giovanni da Pian del Carpine, figura anche il nostro Simone da Collazzone, che molto probabilmente era già stato in quel paese da piccolo con la con­tessa sua madre, chiamata a presenziare agli sfarzosi riti di corte, in quanto dama dell’imperatrice. Essendo uno dei venticinque partiti con frate Cesario, Simone è dunque tra i fondatori dell’Ordine minoritico in Germania.

     I venticinque frati giunsero a drappelli scaglionati nella città di Trento prima della festa di S. Michele arcangelo (29 settembre), poi si recarono a Bolzano, quindi a Bressanone e a Vipiteno e infine ad Augsburg, ovunque ben accolti dal vescovo e dalla popolazione. Da Augsburg, il 16 ottobre, frate Cesario li mandò a due a due e a tre a tre nelle diverse province tedesche a predicare il vangelo, a testimoniare il carisma francescano e ad aprire conventi.

     Nel 1223, dopo due anni, lo spirito francescano si era irradiato per tutta la Germania, l’Ordine era ben impiantato in molte città (Augsburg, Würzburg, Magonza, Worms, Spira, Strasburgo, Colonia, Salisburgo, Rati­sbona, ecc.) e molti giovani tedeschi erano entrati in convento. Così in quell’anno frate Simone ritornò in Italia con Cesario ed altri santi frati, tutti accolti con ammirazione e gratitudine da Francesco, da Elia e dagli altri confratelli, in occasione del capitolo generale che si tenne nei giorni 11 giugno e seguenti a S. Maria degli Angeli, con la consueta, festosa e fraterna comunione dei cuori.

Esemplarità di vita

   La scelta religiosa di Simone esercitò un influsso straordinario sulla sua famiglia anche a livello vocazionale, tanto che la madre Matilde, la sorella Emilia, un fratello e dei nipoti abbandonarono tutto per consacrarsi a Dio. La madre, la sorella e alcune nipoti scelsero di vivere nello stile povero e umile di Chiara d’Assisi, la «pianticella» di Francesco che a S. Damiano aveva dato vita al ramo femminile del francescanesimo.

     Verso le sorelle clarisse il nostro Beato mostrò sempre una particolare cura e un intenso amore, come raccomandato più volte da Francesco. Il 23 aprile del 1235 lo troviamo a Todi come testimone nell’atto con il quale il vescovo della città, Bonifacio, concede ai frati la chiesa e il monastero di S. Lorenzo di Collazzone per fondarvi un monastero di clarisse. Qui fu ba­dessa la sorella Emilia e qui visse la madre Matilde, che vi morì e fu se­polta nel 1240, come recita un’iscrizione sepolcrale ancora leggibile nella cripta della chiesa di S. Lorenzo.

     Dopo il rientro del b. Simone dalla Germania in Italia, le fonti non nar­rano fatti particolarmente significativi della sua vita, almeno per un buon arco di tempo. Probabilmente fu un vivere umile, ordinario, con attività tipiche di ogni frate della prima generazione francescana: preghiera, predicazione, servizio ai poveri, ecc.

     Ma, stando alle affermazioni dei biografi e alle testimonianze dei confratelli al processo di canonizzazione del 1252, questa ordinaria quotidianità fu vis­suta in modo del tutto straordinario.

     Tra le virtù che in modo particolare risplendettero in questo fedele discepolo di S. Francesco, si deve segnalare innanzitutto lo spirito di ora­zione: «celebrava con somma diligenza i divini misteri e ascoltava volen­tieri la Parola di Dio», «era molto pio», «era costantemente dedito alla pre­ghiera», «volentieri si ritirava in luoghi solitari per dedicarsi all’orazione e alla contemplazione».

     Un'altra virtù che impressionò i confratelli fu lo zelo per la regola e lo spirito francescano: «amava l’Ordine di S. Francesco», «era un osservante della regola», «amava la povertà ed era un uomo di grande umiltà», «era considerato perfetto da tutti i frati dell’Ordine».

     Altre virtù evidenziate dai testimoni sono: la penitenza «nei cibi, nelle bevande e nei vestiti», l’amore dei fratelli, soprattutto dei sofferenti e dei lebbrosi «che volentieri consolava e serviva», lo zelo per le anime così grande che «né il freddo, né la neve gli impedivano di andare a predicare per paesi e villaggi», l’obbedienza, la rettitudine, la compassione, la purezza di spirito e dei costumi, la prudenza, l’attitudine all’opera di pacificazione, ecc.

     Anche se si tratta di un quadro che risponde ai noti modelli agiografici francescani, la figura che ne emerge è senza dubbio quella di un uomo se­riamente intenzionato a vivere l’avventura evangelico-francescana; ciò spiega anche la fama di santità da cui era circondato in vita il nostro Beato.

 Ministro provinciale

  Le agiografie e le testimonianze al processo di canonizzazione offrono anche un altro importante dato. Il beato Simone era un uomo non solo di santa vita, ma anche dotato di ottime qualità umane, quali l’intelligenza, la capacità di relazionarsi, la stoffa del predicatore, la cultura teologica, che gli consentirono di diventare un leader, di assumere grandi responsabilità e di sapersi ben destreggiare nel ruolo di animazione dei confratelli.

     Nel 1244 venne infatti scelto come Ministro provinciale delle Marche, succedendo a Crescenzio da Jesi, eletto Ministro generale dell’Ordine proprio in quell’anno. Quasi certamente frate Simone nel 1247 partecipò, come Ministro provinciale, al Capitolo generale di Lione, dove fu eletto Ministro generale frate Giovanni da Parma. Di sicuro nel 1248 si incontrò nel convento di Marsiglia con fra Salimbene de Adam, che lo chiama suo amico nella cele­bre Cronaca scritta tra il 1281 e il 1288. In quello stesso 1248 Giovanni da Parma lo nominò Ministro provinciale della Provincia di S. Francesco (Umbria), segno che il suo ministero nelle Marche aveva ottenuto buoni risultati. Esercitò l’alto ufficio «con ogni prudenza, maturità e umiltà» e soprattutto con una esemplare testimonianza di vita.

     Come Ministro provinciale, nella logica evangelica dell’autorità-servizio e secondo lo spirito della regola e degli altri scritti sanfrancescani che defi­niscono il Ministro «servo di tutti i frati», doveva attendere alla loro vita spirituale, animare la vita fraterna, salvaguardare la povertà, la minorità, l’obbedienza e le altre virtù francescane.  Per questo, non solo accoglieva e trattava con benevolenza i suoi confratelli, ma li andava a visitare nei conventi, dove si fermava per ascoltare le esigenze, condividere i problemi e i progetti ed esortare a vivere soprattutto nello spirito e nel clima della fraternità, il valore evangelico maggiormente inculcato da S. Francesco e percepito da tutti i frati non come qualcosa di puramente umano ma come una realtà spirituale, che veniva cioè dall’alto, dallo Spirito, e come il più prezioso dono di Dio.

     Al tempo del Fondatore, i frati costituivano un mosaico originalissimo, formato da letterati e contadini, laici e sacerdoti, nobili e umili popolani, cavalieri e cantastorie, artigiani e mercanti, giovani e meno giovani, contemplativi e dediti all’apostolato: tutti indistintamente si consideravano uguali, si trattavano da veri fratelli, in­stauravano con piena fiducia rapporti familiari profondi e affettuosi, erano l’uno per l’altro come una madre, aprivano il cuore e accoglievano tutti come fratelli e amici, favorivano gesti di pace e riconciliazione anche all’esterno; insomma, accomunati dallo stesso ideale evangelico, erano nel mondo un segno dell’amore di Dio ed annunciavano con la vita come fosse realizzabile e bello il sogno di Dio, che è quello di immergere l’umanità dentro la dimensione dell’amore trinitario e realizzare tra gli uo­mini una sola famiglia senza alcuna discriminazione.

     A quarant’anni di distanza dal momento fondativo (1209), la fraternità continuava ad essere l’elemento qualificante dei francescani e i Ministri avvertivano l’impegno di dover difendere questo valore che aveva dato all’Ordine una fisionomia e un carattere inconfondibili, con un riverbero straordinariamente positivo nella chiesa e nella società.

     Frate Simone, come Ministro provinciale prima delle Marche e poi dell’Umbria, fu sicuramente un vero promotore e animatore della fraternità, essendosi ben formato alla scuola di Francesco. Imitando l’eccezionale maestro e modello, anch’egli si mostrava aperto, sereno, accogliente, gioviale con tutti i confratelli, coltivava con loro rapporti interpersonali profondi, calorosi e autentici, li copriva di affetto materno, convinto che l’amore è l’unica arma invincibile in mano ad un educatore, ne sapeva cogliere ed evidenziare i lati positivi, aveva molta pazienza con i loro limiti e difetti, che correggeva con dolcezza, era sempre pronto al perdono lasciandosi guidare da un non comune spirito di tolleranza e di misericordia, li visitava di frequente e si mostrava partico­larmente servizievole, premuroso e delicato verso i malati.

     Durante una delle sue visite ai frati, mentre era nel convento minoritico di S. Elia in Spoleto, si ammalò e morì, in concetto di santità, il 24 aprile del 1250.

3. Il culto

  Appena avuta la notizia della morte di frate Simone, gli spoletini di ogni stato, grado e condizione, che conoscevano e ammiravano la santità dell’uomo, cominciarono a manifestargli quel grande amore e quella fervorosa devozione che si prolungherà e crescerà nei secoli. Inoltre, subito dopo la morte, si diffuse così rapidamente e largamente la fama di taumaturgo del Beato, che da ogni parte della diocesi e del territorio fu un ac­correre di zoppi, ciechi e malati al suo sepolcro, nella chiesa di S. Elia che sorgeva sul colle omonimo, per chiedere la grazia della guarigione.

 I miracoli

 Si sa che il santo, nell’immaginario collettivo, è l’intermediario che avvicina Dio agli uomini, il modello ideale di vita, ma anche e soprattutto colui al quale ci si rivolge nei momenti di necessità e sofferenza per ottenere la sua benefica intercessione.

     Fu così anche nel caso del b. Simone. Numerosi miracoli vennero attribuiti alla sua intercessione e rafforzarono ogni giorno di più nel po­polo la convinzione della sua santità. Bartolomeo da Pisa ne enumera centosettantaquattro. Ecco il suo elenco:

      «Questo santo frate Simone risuscitò un fanciullo somerso dalle acque di un mulino, dopo l’invocazione da parte della madre; risanò undici persone colpite da diversi tipi di contrazione e cinque incorse in fratture; liberò ventidue dalla cecità e dal male agli occhi; due affetti da gangole; tre donne dal male delle mammelle; undici da tumefazioni del corpo e delle membra; nove dal mal caduco; a undici restituì la parola; liberò ventidue dall’infermità e dal dolore delle mani e delle braccia; ventitre dall’infermità delle orecchie, degli occhi e dei piedi; quattro dal demonio; soccorse uno di Fermo che lo invocò dopo essere caduto in una profonda fontana; risanò due dai calcoli; tre da malattie mentali; cinque da varie infermità della testa; liberò un fanciullo caduto in acqua e prossimo a morire; guarì tre persone ricurve; dieci gottosi; due paralitici; liberò sei dalla malattia del letargo e dall’incapacità di dormire; uno dalla malattia alla milza; tre dal male al ventre; uno dallo spasmo; tre dal mal di gola; restituì l’appetito a due che non assumevano più cibo; guarì uno dal male ai testicoli; curò un lebbroso; restituì l’udito ad una donna; liberò un fico dai vermi; restituì la salute ad un cavallo invalido; curò il pastore di un gregge di pecore e le pecore stesse, che non potevano più stare in piedi»[4].

     Come si può constatare, alcune delle malattie dalle quali vengono guariti i devoti non sono molto gravi; inoltre vengono registrate anche guarigioni di animali e c’è addirittura il risanamento di una pianta di fichi! E’ senza dubbio un segno della spontaneità e confidenza con cui la gente si rivolgeva al Beato, sicura di trovare in lui un amico attento anche alle piccole sofferenze e difficoltà quotidiane.

  Il tempio di S. Simone

  L’amore e la devozione al b. Simone si espressero, oltre che nella preghiera, nel culto spontaneo e nella richiesta di miracoli, anche nella volontà e nell’entusiasmo con cui fu decisa la costruzione di un nuovo convento e di una nuova chiesa in suo onore, prima ancora che iniziasse il processo di canonizzazione. Naturalmente il nuovo complesso fu intitolato ad un omonimo del b. Simone dotato di culto ufficiale, S. Simone apostolo (e a S. Giuda apostolo, abbinato liturgicamente a S. Simone). Questa pratica, seguita anche altrove, da una parte rispondeva all’esigenza di rispettare le norme canoniche, dall’altra consentiva, sotto una copertura ufficiale, di tributare il culto ad un santo o beato non ancora riconosciuto.

     Intorno al 1260, il corpo del Beato fu traslato nella nuova chiesa minoritica di S. Simone ed anche lì il suo sepolcro e il suo altare divennero meta di continui pellegrinaggi da parte di devoti e malati nello spirito o nel fisico, tanto che nel corso dei secoli furono abbelliti fino a diventare il monumento forse più insigne che adornò la chiesa.

     Intorno al suo sepolcro di marmo, delle belle tele narravano i miracoli operati per sua intercessione (ciechi e zoppi guariti, morti risorti). La tavola dell’altare, a forma di trittico con guglie, aveva al centro la Madonna at­torniata dai SS. Francesco, Antonio di Padova, Simone e Bernardino. Esperti pittori la ritennero opera del 1450 circa. Questa tavola è oggi allogata alla Pinacoteca comunale ed è attribuita con qualche dubbio a Jacopo Vincioli. È interessante notare che, attorno all’aureola che circonda il capo del nostro Beato, è la scritta «Sanctus Simon»; viene cioè attribuito a frate  Simone lo stesso titolo «sancto», che compete di per sé solo agli altri tre personaggi francescani, ufficialmente canonizzati.

     La venerazione per il b. Simone, fortemente radicata nel popolo spoletino, è confermata anche da altre notizie, provenienti da fonti sicure. Gli Statuti di Spoleto del 1296 proibivano le cause civili nella festa del b. Simone (e in quella di S. Francesco), mentre gli Statuti del 1347 obbligavano le autorità a partecipare con solennità alla festa del b. Simone (e a quella di S. Francesco) presso la chiesa di S. Simone e proibivano le cause civili nel giorno della festa del Beato (e nei giorni delle feste di S . Francesco e di S. Isacco).

Di certo, il b. Simone rimase per secoli uno dei santi più venerati e amati della città di Spoleto.

4.   Le due cause di canonizzazione

   Come già detto, la fama di santità di cui godeva fra Simone si diffondeva a macchia d’olio ed era avvalorata, subito dopo la sua morte, dall’accorrere ininterrotto dei devoti e dai numerosi miracoli a lui attribuiti. Tutti lo invocavano e veneravano come santo, ma questa canonizzazione «dal basso» non poteva essere sufficiente, né duratura. Per questo il podestà e il comune di Spoleto, anche in risposta alla forte spinta popolare e dei frati di S. Simone, inoltrarono subito domanda a Innocenzo IV perché avviasse il processo di canonizzazione.

Il processo del 1252

 Il papa accolse volentieri e sollecitamente la richiesta del comune di Spoleto e, con una bolla del 24 aprile 1252 spedita da Perugia, incaricò il vescovo Bartolomeo di Spoleto, il vescovo Giacomo di Gubbio e l’abate di Ferentillo di istruire un regolare processo sulla vita, le virtù, i miracoli di frate Simone e di trasmettere a lui le prove.

Il processo si tenne a Spoleto dal 2 al 9 luglio 1252 e furono interpellati numerosi testimoni. Gli atti del processo, giunti a noi mutili, sono divisi in due parti: la prima fornisce un elenco molto schematico delle virtù praticate abitualmente dal b. Simone e provate da 45 testimoni, che sono suoi confratelli; la seconda raccoglie le narrazioni di ventisei miracoli, per i quali i testimoni sono 79: cinquantacinque donne e ventiquattro uomini.

Per quanto attiene alle virtù, si tratta di qualità che non potevano mancare in un fedele discepolo di Francesco qual era frate Simone: spirito di preghiera, purezza di cuore, esemplarità di costumi, rettitudine d’animo, carità, umiltà, obbedienza, zelo per le anime, amore per l’Ordine, servizio ai sofferenti, ecc.

Per quanto concerne i ventisei miracoli registrati negli atti processuali in nostro possesso, si tratta nella quasi totalità di guarigioni da malattie fisiche: cataratta, cecità, mal di fegato, fistola, mano inaridita, ernia, febbre, mal caduco, vari tipi di contrazione, ecc; solo in un caso si pensa anche alla salute dell’anima. Nella maggior parte, i miracolati sono spoletini e ricevono la grazia recandosi al sepolcro del Beato.

Se il processo avesse avuto un esito positivo, frate Simone sarebbe stato proclamato subito «santo» e chiamato indifferentemente San Simone o Beato Simone, perché solo a partire dal 1642, con la nuova disciplina voluta da Urbano VIII, si creò la distinzione tra santi e beati con la celebrazione di un duplice processo.

 Purtroppo la causa di canonizzazione si concluse con un nulla di fatto, forse perché Innocenzo IV morì il 7 dicembre 1254, quando gli atti processuali non erano stati tutti vagliati; o più probabilmente perché l’autorità ecclesiastica, divenuta più prudente ed esigendo maggiori garanzie nei processi, cioè prove con fondamenti sicuri, preferì non portare a compimento la pratica, pur lasciando che si continuasse a prestare culto e venerazione al b. Simone. La sua figura peraltro, lungi dall’appannarsi, acquistò col passare dei secoli una sempre più radiosa luminosità e una crescente forza di suggestione e di elevazione spirituale.

L’insuccesso del processo del 1252 non disarmò i frati e la città di Spoleto che, come già detto, portarono a compimento, in onore del nostro Beato, il convento e la chiesa di S. Simone, dove fu traslato il suo corpo intorno al 1260 e dove rimase sempre vivo il suo culto

Il processo del 1747

    Verso la metà del secolo XVIII, su istanza del Ministro generale dei frati minori conventuali, p. Giovanni Battista Minucci, che invocò l’intervento della S. Sede per la riapertura della causa di beatificazione, nella curia vescovile di Spoleto fu istruito un nuovo processo, in cui si giocò soprattutto la carta del culto antichissimo, «ab immemorabili» e ininterrotto, portando molte prove: il grande afflusso di popolo a S. Simone e al magnifico altare eretto in onore del Beato; le lampade sempre acce­se e gli ex voto che circondavano il suo sepolcro; la celebrazione quotidia­na di più messe all’altare del Beato nella chiesa di S. Simone e nella chiesa parrocchiale di Collazzone; le reliquie esposte alla pubblica venerazione e portate in processione insieme alle reliquie di altri santi, sia a Spoleto che a Collazzone; la festa che ogni anno veniva solennemente celebrata in onore del Beato con grande concorso di gente, sia a Spoleto che a Collazzone; il titolo di santo o beato con cui frate Simone era sempre stato chiamato dal giorno della sua morte; gli scrittori che nelle loro opere parlavano della vita, virtù, miracoli del b. Simone e del culto a lui da sempre prestato (G.F. Leoncilli, S. Serafini, B. Campello, Tos­signano, G. Bucchio, A. De Moustier, Iacobilli, Mazzara, Wadding....); le forme di culto - pubblicamente prestato al b. Simone, a Spoleto e a Collazzone, con la consapevolezza e la tolleranza dei vescovi - che erano le stesse usate per venerare gli altri santi canoni­camente riconosciuti, ecc.

     A conclusione del lavoro svolto a Spoleto, il 6 maggio 1747 il vescovo Bonavisa sentenziò che era dimostrato il culto pubblico, non interrotto, portato al Beato «ab immemorabili». Ma questo non era sufficiente; occorreva il giudizio positivo della Santa Sede, che non ci fu. Di fatto, nonostante l’impegno profuso e il pronunciamento favorevole del vescovo, an­che questo secondo processo, per motivi imprecisati, si arenò a Roma e così non si addivenne alla beatificazione canonica che i frati e gli spoletini attendevano.

     Frate Simone, tuttavia, a livello cittadino continuò ad essere da tutti pubblicamente e solennemente venerato, se non come santo di certo come beato, fino a che la chiesa di S. Simone fu chiusa, a seguito della soppressione degli ordini religiosi e della demaniazione post-unitaria italiana, che coinvolse anche i frati e le strutture del complesso di S. Simone.

    5. La traslazione delle venerate spoglie a S. Ansano

Dopo le soppressioni, nel 1863 il corpo del Beato fu rimosso dalla chiesa dissacrata e traslato con altre reliquie nella cattedrale spoletina, dove è rimasto fino ad oggi, racchiuso in due urne (una con le ossa, l’altra con il teschio e il saio) custodite in un armadio. Da allora, possiamo dire che il b. Simone da Collazzone cadde quasi in oblio, perché di tutta la sua vicenda – la storia, la venerazione, il culto, i miracoli, la fama di santità, che era stata così grande da far sorgere un convento e una splendida chiesa in suo onore – non rimase purtroppo che un sempre più vago e tenue ricordo.

In vista del grande giubileo del 2000, anno in cui ricorre anche il 750° della morte del b. Simone, i frati minori conventuali, dal 1896 a S. Ansano, consapevoli di dover essere i primi a ripristinare il culto e a riproporre all’uomo d’oggi la testimonianza esemplare del loro santo confratello, si sono adoperati per la traslazione delle venerate spoglie dalla cattedrale alla loro attuale sede, inoltrando richiesta scritta all’Arcivescovo Riccardo Fontana, il quale l’ha accolta di buon grado, sentito il parere del Capitolo dei Canonici della Cattedrale.

Tali preziose reliquie (teschio e ossa di tutto il corpo) sono già a S. Ansano, a motivo della ricognizione ordinata da Mons. Fontana, ma ufficialmente vi saranno traslate con solennità il 30 maggio del 2000, giorno in cui si fa memoria della canonizzazione di S. Antonio di Padova avvenuta a Spoleto il 30 maggio del 1231. La traslazione, preceduta da un ciclo di conferenze su tematiche francescane, rientra nell’ambito delle iniziative del “percorso francescano”,  che fanno parte del programma delle celebrazioni giubilari in diocesi.  All’avvenimento saranno presenti il Ministro generale dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali, fra Agostino Gardin, i Ministri provinciali dell’Umbria, delle Marche e della Germania, e frati di tutte le famiglie francescane. Contemporaneamente il corpo di un altro grande francescano, fra Paoluccio Trinci, promotore della riforma dell’Osser-vanza, sarà tra­sferito nella chiesa di S. Paolo inter vineas.

Le venerate reliquie del b. Simone, raccolte dentro una piccola urna (35x55x28) dorata, dipinta e con tre lati di cristallo, saranno racchiuse in un bel sarcofago ottocentesco (94,5x187x63,5) di bottega romana, in legno intagliato, dipinto, dorato, punzonato e marmorizzato, che presenta  cornici dorate modanate, in cui si ammirano racemi di rose e altri disegni, e pannelli laterali con specchiature marmorizzate in scala azzurro-verde.  Il sarcofago fu donato da Pio IX, il cui stemma è al centro della cornice rettangolare superiore. Per oltre un secolo e mezzo, fino al 1999, ha custodito il corpo di S. Isacco; dall’inizio dell’anno giubilare (Natale 1999) è stato allogato al centro del presbiterio e funge da altare per la cele­brazione quotidiana della S. Messa.

 6. La Preghiera

  La festa del beato Simone ricorre il 24 aprile e la presenza del suo corpo nella chiesa di S. Ansano sarà motivo per rievocare con solennità ogni anno la sua figura e il suo messaggio. Ecco intanto la preghiera per ottenere la sua intercessione e protezione:

 

O Beato Simone da Collazzone,

esemplare discepolo di San Francesco,

zelante sacerdote e infaticabile predicatore,

confondatore dell’Ordine minoritico in Germania,

“ministro e servo” della fraternità francescana in Umbria,

accogli il nostro devoto ricordo e la nostra preghiera.

Spoleto, onorata di averti fra le sue mura mentre eri in vita,

accompagnò il tuo beato transito dalla terra al cielo

e  in tua memoria volle erigere un glorioso tempio,

annoverandoti tra i suoi Santi più amati e invocati.

Anche noi oggi ti esprimiamo la nostra ammirazione e devozione,

venerando in te l’uomo di Dio che a Lui tutto si consacra

e l’uomo della fraternità che ama, serve ed educa i suoi fratelli,

nello stile della più pura spiritualità francescana.

Fa’ che in noi abiti sempre lo Spirito del Signore,

perché salga dal nostro cuore una lode incessante a Dio

e ci prodighiamo con carità instancabile per il bene dei fratelli.

Insegnaci a rivolgere ad ogni uomo uno sguardo di benevolenza,

ad aprire il cuore per ascoltarlo, accoglierlo, amarlo e perdonarlo

e ad instaurare nel mondo rapporti di fraternità con tutti.

Intercedi, te ne preghiamo, presso il Signore

           perché nella nostra Chiesa e nell’Ordine francescano

           fioriscano numerose e sante vocazioni sacerdotali e religiose,

benedici le nostre famiglie e rafforza in esse l’unità e l’amore,

sostieni le nostre comunità cristiane nel loro cammino di fede

e guidaci con la tua protezione sulla via della vita,

perché possiamo ottenere un giorno la beatitudine eterna.

Amen.



[1] Fior I : FF 1826.

[2] Spec 5 : FF 1782.

[3] M. Faloci Pulignani, Il B. Simone da Collazzone e il suo processo del 1252, in Miscellanea Francescana 12(1910)97-132. Anche le altre testimonianze al processo, riportate senza note  nelle pagine seguenti e tradotte da me in italiano, sono tratte da questo studio.

[4] Bartolomeo da Pisa , De conformitate, in AF IV (1906) 241. La traduzione dal latino è mia.