San Francesco
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S. FRANCESCO,

L’UOMO NUOVO DELLA VALLE SPOLETANA

«Viveva ad Assisi, nella valle spoletana, un uomo di nome Francesco. Dai ge­nitori ricevette fin dalla infanzia una cattiva educazione, ispirata alle vanità del mondo…

Sciupò miseramente il tempo, dall’infanzia fin quasi al venticinquesimo anno…

La mano del Signore si posò su di lui e la destra del­l'Altissimo lo trasformò».

 (Tommaso da Celano, Vita prima)

 

 

 «Per grazia divina si sentì subito mutato (dopo il sogno di Spoleto) in un altro uomo».

(Anonimo Perugino)

 

«È impossibile comprendere umanamente la sua commozione, quando proferiva il tuo Nome, o Dio! Allora, travolto dalla gioia e traboccante di castissima alle­grezza, sembrava veramente un uomo nuovo e di altro mondo».

(Tommaso da Celano, Vita prima)

 

«All'improvviso, emerse sulla terra un uomo nuovo, e all'apparire subitaneo di un nuovo esercito, i popoli furono ripieni di stupore davanti ai segni della rinno­vata età apostolica».

(Tommaso da Celano, Trattato dei miracoli)

 

 «Gente di ogni età e d'ogni sesso correva a vedere e ad ascoltare quell'uomo nuovo, donato dal cielo al mondo».

(S. Bonaventura, Leggenda maggiore)

 

1. Un  Santo senza tempo

   L’inserimento di  S. Francesco in questa piccola galleria agiografica è d’obbligo, visto che la chiesa di S. Ansano è diventata una chiesa francescana da quando (1896) vi si trasferirono i frati minori conventuali, i quali dalla loro storica sede di S. Simone, soppressa dopo l’unità d’Italia, vi portarono in dote, oltre al servizio, anche la spiritualità e le feste francescane.

     Ma sarebbe del tutto inutile, vista la fama universale del personaggio, pensare di tracciare qui il profilo biografico del Santo di Assisi. In otto secoli, storici, agiografi, uomini di fede e di cultura, poeti e letterati, credenti e agnostici, cristiani e uomini di altre religioni, psicologi e cineasti hanno indagato l’anima, la vita e l’opera di Francesco e narrato l’itinerario di quella straordinaria «avventura di un povero cristiano», mossi da sincera ammirazione per il piccolo grande uomo di Assisi.

     Ai suoi contemporanei Francesco apparve come l’«uomo nuovo» che, inondato dalla presenza dello Spirito, riapriva gli spazi della libertà creativa nella chiesa e restituiva limpidezza ed efficacia storica al messaggio evangelico, un po’ offuscato e imprigionato dentro l’ideologia del dominio. Il suo movimento spirituale, in un’epoca di profondi mutamenti politici e socioculturali, di profonda inquietudine religiosa e di grandi fermenti nella chiesa, si presentò come una ventata di freschezza rigeneratrice, fu accolto come un evento capace di suscitare speranza e venne perce­pito come l’espressione più genuina della radicalità evangelica. Si avverava finalmente il sogno di poter contemplare il vangelo vivo fra gli uomini!

     Ma Francesco è un santo senza età che in ogni secolo ha saputo stupire ed essere attuale. La riscoperta della paternità di Dio e dell’umanità di Cristo, l’esperienza contemplativa e la passione evangelica, la partecipazione alla vita dei «minori» e dei poveri e il sentimento di fraternità universale, la visione del mondo e l’interpretazione della vita, l’immensa simpatia verso tutto ciò che è umano e la capacità di leggere il creato in termini di poesia e di fraternità, insomma il suo modo di essere, sentire, pensare, amare e vivere ha sempre affascinato gli uomini di ogni tempo e li ha indotti a coprire Francesco di amore, di gloria, di leggenda, e a pro­nunciare parole di grande encomio per lui. Così, se i primi biografi lo presentarono come l’«altro Cristo», il «nuovo evangelista» e l’«angelo della vera pace», ai nostri giorni si è scritto che egli fu «il primo cristiano dopo Cristo», «il cristiano più significativo della storia» e che «dopo di lui è stato più facile essere uomini». A parte certe esagerazioni, lungo i secoli è sempre stato pacifico che il Poverello è il modello insuperato dell’autentico discepolo di Cristo.

     In queste pagine l’interesse per una figura così grande è limitato ad un solo aspetto della sua straordinaria vicenda; è volto cioè a porre in risalto come la città di Spoleto, capitale del ducato spoletino a cui apparteneva anche Assisi, abbia avuto una parte rilevante nella biografia del Santo, a cominciare dalla sua prima trasformazione interiore, poiché fu in questa città che prese avvio l’avventura spirituale di Francesco ed ebbe inizio la straordinaria novità di sapore evangelico che stupì il mondo intero.

  2. Il sogno di Spoleto

 La prima e più antica memoria documentata delle relazioni intercorse fra il Santo di Assisi e la città di Spoleto risale al 1205 quando Francesco, ancora alla ricerca della sua vera identità, si trovò in uno dei momenti cruciali e decisivi della sua vita.

 Verso la Puglia

 Il giovane figlio di Bernardone aveva sempre coltivato l'ideale della cavalleria. Esuberante,  pieno di vita, cortese sognatore e poeta, aveva popolato i giorni e le notti con l'immagine del prode cavaliere, bello e terribile come Tristano o Lancillotto, sempre mosso da nobili intenti. "Questi frati - dirà un giorno - sono i miei cavalieri della tavola rotonda"[1].

In questi sogni era mosso anche da grandi ambizioni personali. Egli infatti, che apparteneva alla classe ascendente dei mercanti e aveva una inclinazione molto forte ad apparire, a distinguersi, ad elevarsi al di sopra dei compagni, ad essere il più grande e al centro dell'attenzione, desiderava diventare cavaliere per avere accesso alla classe dei nobili e poter essere effettivamente il primo della città. La sua aspirazione più alta era quella di farsi appoggiare la spada sulla spalla e sentirsi dire: “In nome di Dio, di S. Michele e di S. Giorgio, io ti nomino cavaliere”. Poteva conquistare quel titolo tanto ambito, che gli avrebbe aperto tutte le porte, solo combattendo concretamente e facendosi onore su un campo di battaglia.

L'occasione, in un secolo in cui le guerre non mancavano mai, gli si presentò molto presto, nel 1205, prospettandogli come teatro di combatti­mento la terra di Puglia. Poiché nel regno di Sicilia e Puglia regnava un grave disordine, il papa Innocenzo III aveva mandato nell'Italia meridionale Gualtiero di Brienne, un irrequieto ma valoroso capitano che, passando di trionfo in trionfo, era diventato subito famoso per le sue vittorie, suscitando grande entusiasmo tra la popolazione. Gualtiero morì inaspettatamente il 14 giugno del 1205.

Infuriando questa guerra, Francesco, letto il bando per il recluta­mento di uomini che circolava anche nelle terre dell'Umbria, conta­giato dall'entusiasmo generale, coltivando la speranza di trovare fortuna e di poter finalmente ottenere l'agognato titolo di  cavaliere, pensò di arruolarsi e di partire in direzione della Puglia, mettendosi a servizio del papa e del successore di Gualtiero, il conte Gentile, che ingaggiava nuove reclute per le sue truppe.

In poche settimane, con sfarzosa prodigalità e con la compiaceza del padre, preparò il suo corredo bellico: la corazza, la lancia, l'elmo, la spada, lo scudo, un cavallo bardato, vesti principesche, e si scelse anche un buono scudiero che l'avrebbe seguito in ogni circostanza. Durante i preparativi, una notte ebbe un sogno nel quale vide uno splendido palazzo, pieno di armi, e una bellissima sposa; una voce gli assicurò che tutto era suo! Questo sogno, interpretato secondo criteri mondani, lo confermò nel proposito di partire per la guerra nella certezza che sarebbe diventato un gran principe, come confidava ai suoi amici, e che avrebbe potuto dare una risposta definitiva a quella vaga inquietudine o vuoto interiore che da tempo lo tormentava.

La notte della libertà

 Arrivato finalmente il giorno della partenza, Francesco, rive­stito di una nuova fiammante armatura - nuova perché la prima l'aveva generosamente donata ad un cavaliere decaduto e povero - si congedò dai suoi, uscì dalla porta orientale della città e con i suoi sogni di grandezza si lanciò verso sud. Giunse nella città di Spoleto al tramonto del sole e lì si fermò per la sosta notturna, pronto a ripartire l'indomani mattina. Secondo la tradizione il luogo prescelto per la notte era presso la chiesa di S. Sabino, il santo martire considerato protettore di coloro che affrontavano le fatiche e i rischi della guerra. Ma intervenne un fatto nuovo, del tutto inatteso, e quella che per Francesco doveva essere soltanto la prima tappa di un cammino verso il trionfo, divenne in realtà la fine delle sue effimere imprese e l'inizio di una straordi­naria av­ventura umana e spirituale.

Dicono infatti le antiche biografie che Francesco, colpito da un improvviso attacco di febbre durante la notte, mentre il male lo agitava, ebbe un nuovo sogno e nel dormiveglia sentì una voce "divina" che lo coinvolse in un dialogo sempre più stringente, formulato nel linguaggio tipicamente feudale del tempo e concluso con la resa incondizionata, espressa da Francesco con le stesse parole di Paolo di Tarso sulla via di Damasco: "Signore, che vuoi che io faccia?". Ma leggiamo l'episodio così come viene raccon­tato dalla Leggenda dei tre compagni:

«Messosi dunque in cammino, giunse fino a Spoleto e qui cominciò a non sen­tirsi bene. Tuttavia, preoccupato del suo viaggio, mentre riposava, nel dormiveglia intese una voce interrogarlo dove fosse diretto. Francesco gli espose il suo ambizioso progetto. E quello: "Chi può essere più utile: il padrone o il servo?". Rispose: "Il padrone". Quello riprese: "Perché dunque abbandoni il padrone per seguire il servo, e il principe per il suddito? ". Allora Francesco interrogò: "Signore, che vuoi ch'io faccia?". Concluse la voce: "Ritorna nella tua città e là ti sarà detto cosa devi fare; poiché la visione che ti è apparsa (in Assisi) devi interpretarla in tutt'altro senso”»[2].

Fu l’incontro che segnò la sua vita, l’incontro che lo indusse a guardarsi dentro, ad esplorare se stesso e ad aprire gli occhi su orizzonti inaspettati. Di fatto, il mattino seguente Francesco, dissoltasi ogni cupidigia e frenesia di mirabili conquiste, si congedò dai compagni di spedizione e prese deciso la via del ritorno a casa.

Che cosa avrebbero detto gli amici, le autorità, la gente? L'avreb­bero accolto con incredulità, meraviglia, ironia, sarcasmo, o addirittura con l'infamante accusa di diserzione? E come avrebbe reagito il padre, il violento Pietro Bernardone? Tutto questo,  che ad un animo sensibile come il suo prima sarebbe sembrato impossibile da sopportare, ora aveva un’importanza relativa. Francesco si sentiva ormai un uomo diverso, un uomo libero da se stesso, dai suoi orgogliosi progetti, dagli idoli fascinosi del potere e della gloria, e soprattutto dal giudizio degli altri. Era ormai un uomo intento solo a cogliere meglio la volontà di Dio e a percorrere un itinerario radicalmente nuovo, nella verità, un viaggio verso le profondità dell'essere e i significati più autentici dell'esistenza. Era un uomo risoluto a diventare “novus Christi miles”, un nuovo soldato di Cristo

La nascita di un uomo nuovo

 Spoleto come Damasco, dunque, e Francesco come Paolo? In qualche modo sì: dopo più di mille anni, si ripeteva il prodigio di Paolo investito dall'inaudito splendore sulla via di Damasco. Anche Francesco si sentì invaso dalla presenza improvvisa e vivissima di Dio, come quando una spiaggia è inondata da una marea irresistibile. Rimase muto, annientato, estasiato, e si sentì pieno di luce, sicurezza, pace, gioia e libertà, giungendo all’evidenza chiarissima che Dio era ogni bene, supremo bene, tutto il bene, e che solo in Lui avrebbe potuto essere pienamente felice. La notte e il sogno di Spoleto furono per Francesco la notte e il sogno che cambiarono il corso della sua vita, la notte e il sogno della libertà o della conversione.

 Sono gli stessi biografi (Tommaso da Celano, S. Bonaventura, i Tre Compagni, l’Anonimo perugino) ad avallare questa interpretazione facendo intendere chiaramente che da quel momento cominciò a maturare in Francesco la conversione, l'esigenza di un profondo mutamento, il desiderio di una novità di vita. Un segno di tale cambiamento lo diede subito: sulla via del ritorno, a Foligno, vendette il cavallo e le sue vesti, si ricoprì con abiti poverissimi e donò poi i soldi al prete di S. Damiano per il restauro della chiesa.

Dopo l'esperienza di Spoleto, seguirono i vari, notissimi episodi che confermarono, scandirono e perfezionarono il processo di liberazione e conversione di Francesco: l'ultima serenata e la cena di addio agli amici in una notte di stelle, il lungo ritirarsi in preghiera nella solitudine e nel silenzio, il bacio al lebbroso nella piana di Assisi e il servizio ai più poveri, l'incontro con il Crocifisso di S. Damiano che gli parla, il clamoroso gesto della spoliazione in piazza davanti a tutta la città, ecc., ma fu Spoleto il momento della svolta decisiva. Tutto iniziò quella notte calda d'estate del 1205, quando davanti al ventitreenne Francesco si pose il problema dell’alternativa esistenziale, della opzione fondamentale da compiere: il “Padrone” o il servo, Dio o il "secolo", proseguire per la Puglia, dove avrebbe potuto trovare fama e grandezza terrena, o ritornare in Assisi per mettersi al servizio del Signore.

Fu una scelta drammatica perché, come emergerà lungo l'intero arco della sua esistenza, la personalità di Francesco escludeva i compromessi o le mezze misure e quindi l'alternativa Dio-mondo si poneva in termini di assoluta chiarezza e radicale coerenza. Francesco quella notte mandò in frantumi il suo sogno terreno e scelse il Signore per sempre, dando avvio a quel processo ininterrotto di trasformazione interiore e a quel nuovo proposito di vita, che lo porterà ad identificarsi total­mente con Cristo, persino nel corpo, con la stigmatizzazione della Verna.

Possiamo affermarlo: in quella notte nacque un uomo nuovo. Prima, Francesco voleva diventare qualcuno, ma in quella circostanza comprese che, a voler essere per forza qualcuno, rischiava il suo destino di uomo, rischiava di diventare solo l'uomo di qualcuno, mentre decidendo di seguire il Signore e di lasciarsi plasmare da lui poteva dare piena consistenza umana alla sua vita. E prese una decisione che, da vanitoso “reuccio” dei giovani  di una piccola città, lo trasformò in cittadino del mondo e fratello universale.

3. Una vita per gli altri

È logico pensare che Francesco abbia fatto sosta a Spoleto, presso il luogo del sogno, altre volte: quando, per esempio, qualche mese dopo l’incontro di Spoleto, si recò pellegrino a Roma dove, deposti i suoi ricchi abiti, si coprì con gli stracci di un povero e si sedette tra gli altri mendicanti sulla gradinata di S. Pietro a chiedere l’elemosina per un’esperienza liberatrice; o quando, nel 1209, andò con i primi undici compagni dal papa Innocenzo III per ricevere l’approvazione orale del suo «propositum vitae», messo per iscritto con poche parole; o quando si recava nella diletta valle reatina. Come avrebbe potuto fare a meno di rivisitare quel luogo, che era risultato una tappa così im­portante per la sua vita di uomo e di cristiano? Le fonti però non ne par­lano.

 La scelta apostolica

Tommaso da Celano e San Bonaventura, invece, narrando il viaggio di ritorno di Francesco e dei suoi compagni ad Assisi dopo l’approvazione orale della regola da parte del papa, mettono di nuovo in relazione il Santo e Spoleto per un problema di grande rilievo. Raccontano infatti che nel gruppetto dei frati provenienti da Roma, una volta entrati nella valle spoletana (dunque a Spoleto o nei dintorni), affiorò un importante interrogativo: privilegiare la vita attiva o quella contemplativa, stare tra gli uomini o ritirarsi nella solitudine degli eremi?

     La vita solitaria e l’immersione nel silenzio interiore ed esteriore, contemplativo e adorante, magari sul Monteluco già popolato da eremiti, avrebbe consentito di appagare meglio l’intenso anelito di intimità con Dio e di sperimentare in profondità la pace del cuore. Ma si può avere Dio senza comunicarlo agli altri, possedere la Parola senza seminarla nel campo degli uomini? Dopo aver invocato la luce divina nella preghiera, la scelta di Francesco e dei suoi compagni cadde sulla vita apostolica, sull’aiuto spirituale e morale da recare al prossimo, perché tutti potessero sperimentare l’amore di Dio e ottenere la salvezza in Cristo.

     Stando a I Fioretti, qualche anno dopo il dubbio vita contemplativavita attiva si ripresentò a Francesco, che lo risolse facendo ricorso alla preghiera e al consiglio di Chiara e di frate Silvestro, i quali risposero all’unisono che il Signore lo voleva a servizio dei fratelli.

     Questa opzione non significò rinuncia alle altezze contemplative, né portò a sminuire la dimensione orante nella vita dei frati. Due dei primissimi compagni di Francesco, Bernardo da Quintavalle ed Egidio di Assisi, sono noti per la loro attitudine alla contemplazione e per aver trascorso molti anni nell’eremo. Lo stesso Francesco, definito da Tommaso da Celano non tanto «un uomo che prega, quanto piuttosto egli stesso tutto trasformato in preghiera vivente»[3], nella sua breve esistenza passò alternativamente dal contatto con l’umanità dolente alla quiete dell’eremo, dalle strade e dalle piazze affollate dagli uomini alle montagne silenziose, dall’annuncio dell’amore, della pace e della misericordia di Dio all’immersione nella tenerezza divina.

Il servizio ai lebbrosi

     La scelta apostolica non si esauriva nell’impegno itinerante della predica­zione, ma comportava anche una particolare sensibilità e concreta atten­zione verso quella umanità sofferente costituita dai poveri, dagli invalidi, dai malati, dai dimenticati di ogni genere e soprattutto dai lebbrosi che, a motivo dei corpi repellenti, erano i più emarginati: dovevano vestire una divisa con un distintivo per essere riconoscibili da lontano, non potevano avvicinarsi alle piazze e ai mercati, erano considerati un pericolo pubblico e confinati nei lebbrosari o lazzaretti a qualche chilometro dalla città o dal paese.

     In riferimento al territorio spoletino, la tradizione e le fonti ci parlano di un lebbroso guarito dal Santo, su cui ritornerò più avanti, e di due lebbrosari frequentati da Francesco e dai suoi frati per il servizio e la cura di queste persone colpite dall’orribile male. Uno è l’ospedale di S. Lazzaro in Valloncello, in Valnerina, l’altro è l’ospedale dei SS. Tommaso e Lazzaro,  presso S. Maria di Pietrarossa, non lontano da Trevi.

     Francesco guardava quegli sventurati fissandoli nel volto con infinito amore e scorgendovi il viso dolce e dolente di Cristo crocifisso, lavava i loro corpi pieni di ulcere sanguinanti e maleodoranti, fasciava le ferite con la massima delicatezza per evitare il dolore, chiamava ciascuno per nome, li ascoltava mentre raccontavano lunghi pezzi della loro vita umiliata, li confortava, li copriva di affetto e li benediceva.

     I lebbrosi, che Francesco era solito chiamare «fratelli cristiani», attendevano con immensa gioia le sue visite, ogni volta rimanevano meravigliati di tanta squisita carità e si andavano sempre più persuadendo che qualche angelo fosse disceso dal cielo a portare loro un po’ della tenerezza di Dio.

  4. La fondazione di conventi

     Non è facile fissare la data esatta del primo insediamento francescano a Spoleto, per mancanza di una sicura documentazione coeva e a motivo della dispersione o distruzione degli archivi conventuali, avvenuta in Italia negli anni immediatamente postunitari. Tuttavia, non mancano memorie sicure, che ci possono aiutare a fare luce su date e luoghi relativi all’introduzione del movimento francescano nella città di Spoleto da parte dello stesso Francesco.

 S. Apollinare

  La tradizione vuole che egli e i suoi compagni trovassero cortese ospitalità nel 1213 presso i monaci benedettini, che officiavano la chiesa di S. Apollinare, situata dentro le mura della città. Detta chiesa apparteneva all’abbazia di Sassovivo ed era stata riconfermata ai benedettini proprio in quell’anno dal papa Innocenzo III.

     Che valore dare a questa antichissima tradizione? Una conferma della data la troviamo in diversi scrittori (Wadding, Mariano da Firenze, Iacobilli, ecc.). Quanto al luogo, la conferma viene da antiche e attendibili fonti le quali ci informano, sia pure indirettamente, che la prima fraternità minoritica trovò dimora in S. Apollinare.

     Mi riferisco in particolare alla «Vita di frate Egidio», contenuta nella «Cronaca dei XXIV Generali», che narrando le molestie subite da frate Egidio di Assisi ad opera del diavolo incomincia con queste parole: «Essendo una volta frate Egidio a Spoleto nella chiesa di S. Apollinare, dove allora dimoravano i frati…»[4]. L’episodio accadde prima del 1226 perché nel marzo di quell’anno, vivente ancora S. Francesco, i frati si trasferirono da S. Apollinare a S. Elia, come dirò tra poco.

     Certamente Francesco sostò più volte in S. Apollinare, quando si recava a Spoleto, e fu in quel convento che operò il miracolo della conversione del ricco avaro, che riferirò più avanti.

     Anche se la chiesa spoletina di S. Apollinare è oggi distrutta, è possibile indi­viduarne l’ubicazione. Era infatti presso le case degli Ancaiani e il monastero di S. Agata, edificato sopra il teatro romano, e sorge­va sopra un muro romano. Oggi pochi ruderi, inclusi in costruzioni più tarde, richiamano e attestano l’antichità (secolo XII-XIII) di quel vecchio edificio sacro, in cui si impiantò il francescanesimo a Spoleto. Ma anche la toponomastica spoletina lo ricorda; infatti la breve via, che conduceva a quel luogo, si chiama ancora «Via Apollinare».

     S. Apollinare era dunque dentro le mura, quasi nel cuore della città. Ciò fa supporre che l’ingresso immediato dei frati a Spoleto nell’ambito cittadino abbia favorito anche un loro rapido inseri­mento nel contesto sociale, culturale, religioso e politico della città, in un intreccio sicuramente fecondo di bene e di progresso per tutti.

     È certo che nel 1226 i frati non dimoravano più in S. Apollinare, ma presso la chiesa di S. Elia. Il 27 marzo di quell’anno, infatti, il vescovo di Spoleto Benedetto, per dare loro una dimora migliore, con un atto notarile soppresse la parrocchia di S. Elia, affidandone i parrocchiani alla chiesa cattedrale di S. Maria, e consegnò ai frati  il luogo dedicato al grande profeta dell’Antico Testamento.

     La nuova sede, oggi purtroppo distrutta, sorgeva sul colle S. Elia, il poggio attorno al quale si era venuta edificando la città e che forse traeva il nome da un antichissimo tempio dedicato al Sole (Elios). Nell’ambito dei lavori di restauro della Rocca, eseguiti in questi due ul­timi decenni, nel cortile Nord sono venute alla luce tracce di un’abside e di una navata, identificate dagli studiosi come il rudere dell’antica chiesa di S. Elia.

     Il periodo di permanenza a S. Elia si protrasse fino agli anni 1250-1260. Intorno al 1260, infatti, i frati si trasferirono nel nuovo complesso di S. Simone, sorto in onore del loro confratello, il beato Simone da Collazzone, morto a S. Elia nel 1250. A S. Simone rimasero per sei secoli fino al 1860-63 quando furono co­stretti dalle soppressioni degli Ordini religiosi ad abbandonare il luogo, trovando poi (dal 1896) una nuova sede in S. Ansano.

Monteluco

  La tradizione attribuisce a S. Francesco un’altra fondazione minoritica a Spoleto. Si tratta dell’eremo di Monteluco, formato inizialmente da poche, anguste celle costruite dai primi frati con frasche e calcina presso la chiesina di Santa Caterina, donata al Santo nel 1218 dai benedet­tini di S. Giuliano. Anche se le fonti più antiche tacciono e l’eremo di Monteluco compare nei documenti solo dalla metà del XIV secolo, è verosimile che su questa montagna «sacra», cara agli spoletini, Francesco abbia vissuto momenti di alta contemplazione e di profonda immersione nel mistero divino fino al raggiungimento dell’estasi d’amore davanti a Dio e in Dio.

     Il convento di Monteluco è stato sempre un centro di particolare fervore: fu uno dei conventi che aderì alla riforma di Gentile da Spoleto, nel 1374 divenne un convento dell’Osservanza, successivamente passò ai Riformati. Vi sono sepolti due santi frati: il beato Francesco da Pavia (+ 1450) e il beato Leopoldo da Gaiche (PG), morto nel 1815.

     La tradizione ci ha tramandato anche un momento di grande emozione vissuto un giorno da Francesco, mentre da un «balcone» del Monte­luco contemplava estasiato il panorama sottostante: la città di Spoleto con le sue cupole e le sue torri, la ridente valle con il suo brulichio di case, ca­stelli, piccole borgate, corsi d’acqua, prati, campi e strade che l’attraversavano da ogni lato, le verdi colline, il lontano profilo azzurro dei monti, il Clitunno, Trevi, Montefalco, Foligno, Spello, l’amata Assisi e, in fondo, Perugia. Uno spettacolo, una poesia e un’emozione che fecero sgorgare dal cuore del Santo la celebre esclamazione: «Nil jucundius vidi valle mea spoletana!»: Nulla io vidi mai di più giocondo della mia valle spoletana! Bellissima frase che non troviamo in nessuna fonte francescana, ma che è in sintonia con l’animo contemplativo e poetico di Francesco.

 5. I miracoli

   Il Signore concesse con abbondanza a frate Francesco la grazia delle guarigioni, nei confronti dei malati nello spirito o nel corpo, e di altri prodigi operati in vita e dopo morte.

     Eccone alcuni esempi che hanno come riferimento la città o il territorio della diocesi di Spoleto.

Guarigioni spirituali e fisiche

  Il primo miracolo è la conversione di un ricco spoletino malato di avarizia ed è riferito da Bartolomeo da Pisa. Lo riporto nella traduzione di B. Bughetti tratta da I Fioretti (capitoli aggiunti):

      «Nella città di Spoleto era un uomo perverso e cru­dele, il quale per niuna cagione o ragione di mondo poteva o voleva sostenere di vedere i frati Minori; e massimamente quando andavano per la limosina, costui li bestemmiava e malediceva e dicea villania a diletto, e perseguitavali con parole molto villane e disoneste. Di che i frati se ne dolevano allora nel predetto luogo di Spoleto. Onde santo Francesco chiamò frate Andrea da Siena, il quale quasi anda­va di continuo ivi per la limosina, e disse così: “Va’ e prova con ogni improntitudine se da questo uomo crudele tu puoi avere alcuna limosina”. Va questo frate Andrea per la santa ubbi­dienza, e tanto riprova costui, che non per divozione, ma per levarselo da dosso, proverbiandolo villanamente gli diede una limosina di pane, gittandogliela da lunge come si fa al cane. Frate Andrea riceve questa limosina, e con grandissimo gaudio e letizia ritornò a santo Francesco e si gli rappresenta la detta limosina. Santo Francesco piglia questa limosina e diedene a tutti i frati, a ciascuno un poco, e disse: “Andate; ciascheduno di voi dica tre volte il Paternostro, e pregate Iddio che conduca questo peccatore a via di verità”. Mirabile cosa! Ancora i frati non erano levati da cena, eccoti venire costui al luogo de’ frati con tanta contri­zione e divozione, e gittatosi a’ piedi di santo Francesco, con molte lagrime si rende in colpa della cecità sua, presenti tutti i frati; e mutato poi in un altro uomo, diventò buono e fu singolare amico e benefattore dei frati Minori. A laude di Cri­sto crocifisso. Amen»[5].

         Il secondo prodigio è la guarigione di un uomo, colpito da una malattia devastante alla bocca e alla mascella, ed è narrato da S. Bonaventura:

     «Un uomo della contea di Spoleto, aveva una malattia orrenda che gli devastava e corrodeva la bocca e la mascella; nessun rimedio della medicina poteva giovargli. Costui si era recato a Roma, per visitare la tomba degli Apostoli e impetrare la loro grazia. Tornando dal pellegrinaggio, incontrò il servo di Dio, al quale avrebbe voluto, per devozione, baciare i piedi. Ma l’umile Francesco non lo permise, anzi baciò in volto colui che avrebbe voluto baciargli i piedi. Appena Francesco, il servitore dei lebbrosi, mosso dalla sua mirabile pietà, ebbe toccato con la sua sacra bocca quella piaga orrenda, questa scomparve completamente e il malato ricuperò la sospirata salute. Non so che cosa ammirare maggiormente, a ragion veduta, in questo fatto: se l’umiltà profonda, che spinse a quel bacio così benevolo, o la splendida potenza che operò un miracolo così stupendo»[6].

 La visione di frate Pacifico

 Rimanendo sempre nell’ambito del prodigioso, è da proporre anche la visione avuta da frate Pacifico nella chiesa di S. Pietro a Bovara, abbazia bene­dettina allora abbandonata, presso la quale si trovava insieme a Francesco, dopo che entrambi avevano servito i lebbrosi nel vicino ospedale dei SS. Tommaso e Lazzaro. Ecco l’episodio, che mette a fuoco l’umiltà e la grandezza di Francesco, nella versione della Leggenda Perugina:

     «Allo spuntare del giorno, ritornò da lui Pacifico. Il Santo era in orazione davanti all’altare, entro il coro. Pacifico stava ad aspettarlo fuori del coro, dinanzi al crocifisso, pregando anche lui il Signore. Appena cominciata la preghiera, fu ele­vato in estasi (se nel corpo o fuori del corpo, Dio lo sa), e vide molti troni in cielo, tra i quali uno più alto, glorioso e raggiante, adorno d’ogni sorta di pietre preziose. Mentre ammirava quello splendore, prese a riflettere fra sé cosa fosse quel trono e a chi appartenesse. E subito udì una voce: “Questo trono fu di Luci­fero, e al suo posto vi si assiderà Francesco”. Tornato in sé, ecco Francesco venirgli incontro. Pacifico si prostrò ai suoi piedi con le braccia in croce, considerandolo, in seguito alla visione, come già fosse in cielo. E gli disse: “Padre, perdona­mi i miei peccati, e prega il Signore che mi perdoni e abbia misericordia di me”. Francesco stese la mano e lo rialzò, e comprese che il compagno aveva avuto una visione durante la preghiera. Appariva tutto trasfigurato e parlava a Francesco non come a una persona in carne e ossa, ma come a un santo già regnante in cielo. Poi, come facendo lo gnorri, perché non voleva rivelare la visione a Francesco, Pacifico lo interrogò: “Cosa pensi di te stesso, fratello?”. Rispose Francesco: “Sono convinto di essere l’uomo più peccatore che esista al mondo”. E subito una voce parlò in cuore a Pacifico : “Da questo puoi conoscere che la visione che hai avuto è vera. Come Lucifero per la sua superbia fu precipitato da quel trono, così Francesco per la sua umiltà meriterà di esservi esaltato e di assidervisi”»[7]

La predica agli uccelli

     Bartolomeo da Pisa racconta anche un curioso episodio, accaduto a Trevi, in cui un asino presta obbedienza a Francesco. Il Santo predicava con fervore nella piazza della città, quando un somarello vi entrò ragliando e correndo all’impazzata spaventato dalla presenza di tanta gente. Rivolgendosi al simpatico animale, “il beato Francesco davanti a tutti gli disse: Frate asino, stai quieto e lascia ch’io possa predicare. Ed ecco che l’asino subito si calmò, mise la testa fra le zampe e rimase fermo in gran silenzio”[8].

     E per concludere, ricordato anche che S. Francesco ottenne la guarigione di una ragazza cieca a Bevagna e che dopo morte operò alcune liberazioni a Norcia, ecco l’episodio della celebre predica agli uccelli, fatta secondo la tradizione a  Limigiano presso Bevagna, nel racconto di Tommaso da Celano:

      «Mentre, come si è detto, il numero dei frati andava aumentando, Francesco percorreva la valle Spoletana. Giunto presso Bevagna, vide raccolti insieme moltissimi uccelli d'ogni specie, colombe, cornacchie e « monachine ». Il servo di Dio, Francesco, che era uomo pieno di ardente amore e nutriva grande pietà e tenero amore anche per le creature inferiori e irrazionali, corse da loro in fretta, lasciando sulla strada i compagni. Fattosi vicino, vedendo che lo attendevano, li salutò secondo il suo costume. Ma notando con grande stupore che non volevano volare via, come erano soliti fare, tutto felice, li esortò a voler ascoltare la parola di Dio. E tra l'altro disse loro: «Fratelli miei uccelli, dovete lodare molto e sempre il vostro Creatore perché vi diede piume per vestirvi, ali per volare e tutto quanto vi è necessario. Dio vi fece nobili tra le altre creature e vi concesse di spaziare nell'aria limpida: voi non seminate e non mietete, eppure Egli vi soccorre e guida, dispensandovi da ogni preoccupazione». A queste parole, come raccontava lui stesso e i frati che erano stati presenti, gli uccelli manifestarono il loro gaudio secondo la propria natura, con segni vari, allungando il collo, spiegando le ali, aprendo il becco e guardando a lui. Egli poi andava e veniva liberamente in mezzo a loro, sfiorando con la sua tonaca le testine e i corpi. Infine li benedisse col segno di croce dando loro licenza di riprendere il volo. Poi anch'egli assieme ai suoi compagni riprese il cammino, pieno di gioia e ringraziava il Signore, che è venerato da tutte le creature con sì devota confessione»[9].

     Non ci si può davvero meravigliare se la sera del 3 ottobre del 1226, mentre il Santo era in agonia presso la Porziuncola, fuori stagione e ad un’ora insolita, uno stormo di allodole si posò sul tetto e garrì a lungo, salutando l’amico e fratello che volava in cielo.

 6. La lettera autografa

  Un’altra relazione particolarissima tra Francesco e la città di Spoleto è la celebre lettera autografa scritta dal Santo a frate Leone, che costituisce uno dei cimeli più importanti dalla città. Non c’è dubbio infatti che, dopo le sacre spoglie custodite e venerate nella cripta della basilica di S. France­sco in Assisi, le reliquie più preziose di Francesco siano i suoi autografi, documenti di inestimabile valore anche per la loro rarità; sono infatti soltanto due.

 Il testo

  Il primo autografo è la cosiddetta «chartula», un foglietto scritto subito dopo la stigmatizzazione sul monte della Verna, nel settembre del 1224, e conservato nella cappella delle reliquie della basilica di S. Francesco in Assisi. Contiene, da un lato, il testo delle «Lodi di Dio Altissimo» e, dall’altro, la «Benedizione a frate Leone».

     Il secondo autografo è appunto la «Lettera a frate Leone», conservata originariamente nella chiesa minoritica di S. Simone a Spoleto, salvata per fortuna dopo varie peripezie cui andò incontro tra la fine del secolo scorso e gli inizi di questo, e oggi esposta nella cappella delle reliquie della cattedrale spoletina. Tradizionalmente, in occasione della solennità di S. Francesco (4 ottobre), viene portata nella chiesa di S. Ansano e con essa viene benedetto il popolo.

     Si tratta di un piccolo foglietto rettangolare di pergamena, tratta da pelle di capra, che misura cm 13x6; è formato da diciannove righe complessive e perfettamente conservato.

     Ecco il testo nella versione delle Fonti Francescane:

     «Frate Leone, frate Francesco tuo ti dà salute e pace. Così dico a te, figlio mio, come una madre, che tutte le parole che abbiamo dette in via, brevemente in questa frase riassumo a modo di consiglio; e dopo non ti sarà necessario venire da me per consigliarti, poiché così ti dico: In qualunque maniera ti sembra meglio di piacere al Signore Iddio e di seguire i suoi passi e le sua povertà, fatelo con la be­nedizione di Dio e con la mia obbedienza. E se credi necessario per il bene della tua anima, o per averne conforto, venire da me, e lo vuoi, o Leone, vieni»[10].

     La lettura più accreditata della lettera di Spoleto è quella che accentua il segno di fraterna tenerezza che Francesco ha voluto manifestare a Leone. Questi era in crisi e, nonostante il colloquio avuto da poco con Francesco mentre erano in cammino, voleva di nuovo andare da lui per consultarlo su qualche punto della sequela di Cristo e dell’osservanza regolare, soprattutto in tema di povertà.

     Il problema sollevato da frate Leone non era solo suo, come si può facilmente evincere dalla risposta di Francesco, che passa improvvisamente dalla seconda persona singolare alla seconda persona plurale («... in qualunque modo ti sembra meglio... fatelo...»). Egli si era fatto portavoce di al­tri frati che intendevano in modo diverso da altri qualche norma e desideravano un confronto con Francesco. Nessuna meraviglia: la fraternità francescana, ormai numerosa, non poteva essere esente da una pluralità di idee, da interpretazioni diverse, da discussioni e contrasti anche animati.

  Tenerezza materna

  La risposta di Francesco è piena di profonda umanità. Innanzitutto il suo affetto per il fedelissimo compagno trabocca in una mirabile espressione di tenerezza: «Così dico a te, figlio mio, come una madre...». Il rapporto che lega Francesco ai suoi fratelli non ha i caratteri dell’amore paterno, ma quelli di una affettuosità materna, cioè dell’amore più intenso, tenero, comprensivo e delicato. Non è da escludere in questo atteggiamento l’eco dell’esperienza vissuta in casa durante la sua adolescenza e gioventù: rapporto di tenerezza e affetto con donna Pica e lacerante contrasto con il duro Pietro di Bernardone. Anche in altri scritti, Francesco esprime questa predilezione per la dimensione materna dell’amore; per esempio, nella regola bollata, dove invita i frati ad amarsi più di quanto una madre ami il proprio figlio; o nelle norme per gli eremi, dove vuole che i frati vivano insieme come madri e figli: suggerimenti, inviti e norme che bene illuminano lo spirito e la disposizione d’animo con cui lui stesso si rapportava con i suoi fratelli.

     In secondo luogo, la risposta di Francesco, che non è un comando ma un consiglio, esprime la massima comprensione umana da parte sua: la di­scussione lungo la strada doveva essere stata animata, ma qui Francesco sembra accondiscendere alla tesi di Leone e dei suoi compagni. Ed è anche una vera carta della libertà: «in qualunque maniera ti sembra meglio di piacere al Signore Iddio e di seguire i sui passi e la sua povertà, fatelo con la benedizione di Dio e con la mia obbedienza». Egli vuole rispettare in pieno la li­bertà delle persone, promuovere la loro crescita umana e invitarle ad un atteggia­mento responsabile e creativo; per questo consiglia a frate Leone di prendere come punto di riferimento non tanto la rigida normativa, ma lo Spirito del Signore.

     Infine, pensando nella sua delicatezza d’animo che Leone possa avere bisogno di lui, Francesco fa riemergere il suo spirito materno e verga alcune righe di delicata finezza in cui lascia completamente aperta la porta all’amico, compagno e figlio: «Se credi necessario per il bene della tua anima o per averne conforto..., o Leone, vieni». L’intimità, la confidenza piena e la profondità del legame d’affetto tra i due è evidentissima in queste parole, che disvelano anche la personalità di Francesco, la sua infinita dolcezza d’animo, la sua trepidante attenzione per le necessità degli altri e l’immenso amore per i fratelli che Dio gli ha donato.

     La lettera autografa scritta a frate Leone è, come afferma il Manselli, tra le più importanti fonti dirette di Francesco e una reliquia che parla nel suo linguaggio silenzioso non meno di una grande basilica. La città di Spoleto, custodendo questo prezioso cimelio, ed essendo il luogo in cui un misterioso sogno cambiò radicalmente la vita di Francesco, è realmente uno dei luoghi francescani per eccellenza ed è orgogliosa di mantenere sempre saldo e vivo il legame spirituale con un così straordinario personaggio, che anche noi oggi, come in passato Tommaso da Celano, S. Bonaventura e tanti altri biografi, possiamo ritenere un vero «uomo nuovo» donato dal cielo a questo nostro mondo.

  7. La Preghiera

   La festa di S. Francesco, preceduta da un triduo di preghiera e riflessione, viene solennemente celebrata a S. Ansano il 4 ottobre, secondo il calendario e i libri liturgici dell’Ordine Serafico. La preghiera che abitualmente gli viene rivolta nella chiesa di S. Ansano è la seguente:

O Serafico Padre San Francesco,

che dopo il misterioso sogno notturno a Spoleto

iniziasti un mirabile cammino di conversione

fino a giungere alle più alte vette della perfezione,

benedici questa città che devotamente ti invoca.

Abbiamo nostalgia di te quale icona di Cristo,

abbiamo nostalgia del tuo intenso desiderio di Dio,

abbiamo nostalgia del tuo cuore totalmente aperto al fratello,

abbiamo nostalgia della tua povertà e della tua letizia,

abbiamo nostalgia della tua parola e della tua testimonianza:

aiutaci ad incontrare in profondità Cristo,

a vivere come te i suoi altissimi ideali,

a vedere in ogni uomo un fratello da amare,

ad essere testimoni credibili e trasparenti dell’amore di Dio,

che è ogni Bene, sommo Bene, unico Bene, tutto il Bene.

Ravviva nella coscienza dei governanti delle nazioni

l’urgenza della giustizia e della pace fra i popoli;

riapri le porte della speranza e della fiducia

alle vittime della sofferenza, della fame e della violenza;

comunica la tua capacità di perdonare con gioia

a coloro che sono offesi da ogni genere di cattiveria.

Trasfondi nei giovani la tua freschezza di vita,

perché liberino le loro energie positive

e contrastino le insidie delle molteplici culture di morte.

Ottieni dal Signore sante vocazioni sacerdotali e religiose

per la Chiesa di Spoleto-Norcia e per l’Ordine francescano,

perché non manchi a nessuno chi annuncia e testimonia l’amore.

Implora, infine, per tutti noi il dono di una vita serena,

nel segno del Dio buono e bello che entusiasmò il tuo cuore,

e la grazia di raggiungerti un giorno nella gloria del cielo.

Amen.