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2.
La biografia
Isacco, monaco di santa vita, giunse a Spoleto dalla Siria sullo scorcio
del V secolo, al tempo in cui i Goti dominavano in Italia. Molto probabilmente
riparò a Spoleto insieme al altri immigrati siri per sfuggire alla persecuzione
religiosa scatenata dall’imperatore monofisita Anastasio Dikoro (491-518).
Uomo di intensa preghiera, appena arrivato a Spoleto entrò nella chiesa di S.
Pietro, che fu cattedrale di Spoleto fino al secolo XI, e chiese al custode di
poter sostare lì in orazione. Dopo tre giorni di ininterrotta preghiera, il
sagrestano, innervosito dalla presenza dell’ignoto pellegrino e ritenendo
eccessivo e sospetto quel suo fervore mistico, incominciò a maltrattarlo, a
schiaffeggiarlo e ad accusarlo di ipocrisia, esibizionismo e impostura. Per
punizione, il demonio si impossessò dell’iracondo guardiano, che incominciò
a gridare a sproposito e fu liberato dallo spirito maligno proprio da un
intervento di Isacco. Qui trascorse le sue giornate piene ed operose, scandite da un ritmo di vita in cui si alternavano la preghiera, lo studio, il lavoro manuale, il riposo su un duro giaciglio e il pasto fatto di cibi poveri. Qui visse la sua intensa esperienza spirituale: innanzitutto l’esperienza ascetica, fatta di digiuni, mortificazioni, dominio di sé, lotta contro il maligno, veglie, povertà, privazioni di ogni genere, che non erano però fini a se stesse ma erano orientate ad una ulteriore esperienza, quella mistica, fatta di contemplazione, colloqui e intimità con Dio, rapimenti, estasi, nel profondo silenzio interiore ed esteriore, rotto solo dal respiro della natura. In quella tranquilla solitudine del monte, tra le rocce grigie e i robusti elci, poté perdersi nella immensità di Dio e lasciarsi inondare dai fiumi di tenerezza divina. Possiamo immaginarlo, in primavera, levarsi presto al mattino, all’albeggiare, e uscire dall’abitacolo per mescolare le sue lodi a Dio con quelle dei canarini, usignoli e allodole; o d’inverno, quando le tempeste di neve si abbattevano sull’eremo e il freddo si faceva molto pungente, rimanere al coperto e restare a lungo con Dio in fiducioso abbandono, nell’estasi inebriante della contemplazione; o d’estate, nelle notti profonde, recarsi nel bosco, sedersi ai piedi di una quercia secolare, sotto la luce della luna e delle stelle, e immergersi totalmente negli abissi dell’Altissimo, mai sazio di contemplare e adorare. Dal misero abituro di Monteluco, il santo eremita attirava a frotte i visitatori, che salivano per chiedergli consiglio, raccomandarsi alle sue preghiere e ottenere la guarigione delle malattie del corpo e dello spirito. Alcuni se ne tornavano via edificati e consolati; altri, colpiti e contagiati dal suo esempio e dal desiderio di vita eterna, gli chiedevano di rimanere con lui per condividere il suo genere di vita. Così molti divennero suoi discepoli ponendosi, sotto la sua direzione spirituale, al servizio di Dio. Uno di questi discepoli un giorno lo esortò ad accogliere almeno qualcuna delle donazioni che la buona gente generosamente gli offriva. Ma Isacco rispose con una frase lapidaria: «Il monaco che in terra cerca il possesso, non è un monaco»[1]. Si tratta di una sentenza che avrà una certa fortuna in ambito monastico, in relazione sia al concetto che alla pratica della povertà. Profezia e miracoliDa questo luogo appartato, la fama della sua santità si diffuse velocemente nei dintorni, anche perché egli era dotato dello spirito di profezia ed otteneva miracoli dal Signore. Tre episodi, che per la loro comicità fanno pensare a qualche pagina de I Fioretti, illustrano bene le sue doti di preveggenza e profezia. Il primo ha per protagonisti dei ladri. Un giorno, verso sera, Isacco disse ai suoi discepoli: «Portate queste vanghe nell’orto e poi ritornate nelle vostre celle». Appena notte, alcuni ladri, che si erano proposti di invadere l’orto dell’eremita per rubare gli ortaggi, vi entrarono e trovarono una vanga per uno. Mentre Isacco rimaneva in preghiera, all’improvviso si sentirono interiormente mutati sicché, invece di rubare, si misero a dissodare con buona lena per tutta la notte il terreno rimasto incolto. La mattina seguente l’uomo di Dio, dopo aver ordinato ai suoi discepoli di apparecchiare e preparare da mangiare per tutti quegli operai, entrò nell’orto e disse ai lavoratori: «Allegri, fratelli! Avete lavorato abbastanza; ora riposatevi e mangiate». Dopo che si furono rifocillati, aggiunse: «Quando avete bisogno di qualche ortaggio, venite alla porta, bussate e chiedete, e vi sarà dato quanto vi occorre con la benedizione di Dio; ma non rubate più». Infine li salutò e li ricompensò del lavoro svolto congedandoli carichi dei vari prodotti del suo orto. Il secondo episodio è ancora più gustoso. Due girovaghi un giorno, dopo aver nascosto i loro abiti buoni nella cavità di un albero, si presentarono ad Isacco con vesti talmente lacere da sembrare quasi nudi e chiesero con insistenza di essere rivestiti per amore di Cristo. L’eremita, dopo averli ascoltati in silenzio, chiamò un suo discepolo e lo mandò in segreto a prendere le vesti nascoste nell’albero; poi si recò di nuovo dai due vagabondi e, quasi divertendosi a rendere beffa per beffa, disse loro: «Venite, poveri ignudi, prendete e vestitevi». E, con grande meraviglia dei due falsi questuanti, gli regalò i loro stessi abiti!
Anche l’ultimo racconto ha a che fare con un tentativo di furto. Un
uomo, tramite un garzone, mandò in dono al servo di Dio due sporte piene di
pesce, raccomandandosi alle sue preghiere.
Ma il garzone pensò che ne bastasse una e nascose l’altra per sé.
Isacco gli disse: «Ringrazia molto il tuo signore, ma fai attenzione quando
aprirai la sporta che hai nascosto per strada, perché vi è entrato un serpente
che potrebbe ferirti». Il garzone, confuso, ritornò dove aveva lasciato la
sporta e aprendola con molta cautela vide che il serpente effettivamente
c’era! Il
limite umano di un Santo
Queste notizie, per la
verità scarne, relative alla vita e all’attività di S. Isacco, ci sono
fornite soprattutto dalla preziosissima fonte dei «Dialoghi» di S. Gregorio
Magno, la più antica testimonianza letteraria sulla evangelizzazione
dell'Umbria dei secoli VI-VIII, avvenuta anche ad opera di monaci orientali.
Gregorio Magno dichiara di aver appreso quanto narra nei «Dialoghi» dalla viva
voce dell’abate Eleuterio, fondatore nel 535 del monastero di S. Marco a
Spoleto e amico sia del papa che di S. Isacco.
Si tratta ovviamente, più che di fatti rigorosamente storici, di
racconti edificanti che rispondono a modelli agiografici noti, tesi ad
illustrare le virtù di un santo e ad incoraggiare l’uomo al bene.
Gregorio Magno poi, attraverso queste narrazioni e la descrizione delle
qualità morali e spirituali di Isacco (povertà, pratica penitenziale,
disprezzo delle cose terrene, assiduità della preghiera, spirito profetico…),
si proponeva un duplice obiettivo: da una parte, dimostrare che anche in
occidente, e in particolare in Italia, c’era quel fervore ascetico,
accompagnato da virtù e miracoli, che era universalmente riconosciuto ai monaci
orientali; dall’altra, rafforzare il «concetto» di monaco, quale si andava
canonizzando proprio a partire dal VI secolo e che rispondeva al «cliché»
preferito dal pontefice.
Gregorio Magno nei suoi «Dialoghi» parla anche di un difetto di Isacco,
fra le tante virtù da lui possedute: era molto, troppo lieto, a tal punto che,
chi non lo avesse conosciuto in profondità, avrebbe stentato a credere che
fosse un uomo virtuoso. Al suo interlocutore, il diacono Pietro, che si stupisce
della eccessiva allegria dell’austero e santo eremita, il papa risponde che
Dio, pur concedendo grandissimi doni ad un uomo, gli lascia anche qualche
difetto perché trovi un freno alla superbia e si mantenga sempre umile. Così Isacco, pur dotato di qualità straordinarie che si manifestavano nella santità di vita, nella contemplazione più elevata, nella povertà reale e nel distacco dalle cose terrene, nella impetrazione di miracoli e nella guida spirituale dei fratelli, non poteva inorgoglirsi perché era consapevole che le sue virtù erano dono di Dio e perché doveva fare i conti con la sua imperfezione, cioè con una esuberante, disdicevole ilarità. 3.
Lo sviluppo
della sua esperienza eremitica
Gli episodi narrati, dove compaiono anche i discepoli di Isacco, ci
pongono un interrogativo: quale tipo di «fuga dal mondo» aveva messo in atto
Isacco il Siro, quella della solitudine eremitica o quella del monastero?
Cercherò di rispondere brevemente.
Il suo desidero iniziale era certamente quello di condurre per sempre una
vita eremitica nel suo povero tugurio. Di fatto, poté attuare questo suo
proposito soltanto nei primi anni. Un giorno
infatti gli apparve la Vergine che lo esortò ad edificare un monastero su quel
monte, per accogliervi i giovani e vestirli dell’abito religioso monastico.
Poco tempo dopo, una giovane nobile spoletina, Gregoria, proprietaria di quel
monte, venne da Isacco narrandogli come i parenti la volessero costringere a
sposare un uomo, mentre lei desiderava consacrarsi a Cristo. Il Santo la
difese dai parenti e dal suo pretendente e la condusse in un luogo segreto,
dove Gregoria prese l’abito religioso, dopo aver donato il monte a Isacco
perché vi edificasse un monastero per i monaci.
Al di là degli elementi leggendari della vicenda, è molto probabile che
Isacco, originariamente eremita solitario, a motivo del suo forte prestigio
spirituale abbia poi operato da forza di coagulo in mezzo ad altri suoi
connazionali, giunti in Umbria con migrazioni precedenti o posteriori alla sua,
egualmente impegnati a vivere nell’isolamento, austerità, lavoro manuale
e preghiera, legati tra loro e sostenuti dal duplice vincolo di comunione
reciproca
e di rapporto con Isacco; e che a questi si siano aggiunti i discepoli del territorio
spoletino e italiano attratti dalla santità di vita di Isacco e da quel clima
di austera ma lieta solitudine. In
una prima fase dunque la sua istituzione fu forse, più che un vero e proprio
cenobio, una laura di liberi anacoreti disseminati per la montagna, divenuta
tutta un santuario, e raccolti attorno all’asceta più stimato, Isacco, che
fungeva da autorevole guida e saggio maestro spirituale; questo movimento
anacoretico si diramerà poi anche lungo le vallate e le dorsali appenniniche.
In un secondo momento, il passaggio alla vita cenobitica dovette essere più
accentuato, vivente ancora Isacco, il cui modesto eremo, risalente secondo la
tradizione al 528, poté strutturarsi in cenobio e costituire la cellula
iniziale dell’importante complesso intitolato a S. Giuliano, martire di
Antiochia, di cui Isacco fu il primo abate e dove morì intorno al 552.
Dopo la sua morte, gli abati Marziale, Egidio e Lorenzo accentuarono
la dimensione del cenobio e così quella vasta colonia eremitico-cenobitica fu
attratta nell’orbita benedettina, fino ad assumerne la regola, anche se
sopravvissero gli eremi dislocati per il monte.
S. Giuliano divenne una fiorente abbazia benedettina, prima della
famiglia cassinese e poi di quella cluniacense. Nel secolo XII il complesso fu
ampliato e rinnovato secondo lo stile romanico che, per quanto riguarda la
chiesa, è quello ancor oggi godibile, dopo i restauri effettuati intorno al
1980. Nel secolo XV la storia di S. Isacco veniva riproposta da un ciclo di
affreschi all’interno della chiesa stessa.
Purtroppo, sul finire del Quattrocento, l’abbazia subì una grave crisi
che la portò al tracollo, tanto che Alessandro VI nel 1502 soppresse il
monastero e l’affidò alla congregazione dei canonici regolari lateranensi, i
quali però non rimasero sul monte, essendo il luogo divenuto inospitale, ma
scesero presto in città presso la chiesa di S. Ansano. Il
complesso di S. Giuliano,
non più abitato né officiato, cadde progressivamente in rovina fino a che,
agli inizi di questo secolo, divenne proprietà del comune di Spoleto. 4.
La traslazione del venerato corpo a S.
Ansano
Il
corpo di S. Isacco, alla sua morte, fu sepolto nella cripta della chiesa
di S. Giuliano e, secondo una tradizione locale, nel secolo XI-XII fu
traslato in un prezioso sarcofago, degno della fama del Santo, scolpito da un
artista di robusta tempra romanica e pervenuto fino a noi. Sulla faccia
anteriore di questo sarcofago, al centro, in un tondo, è raffigurato il
Redentore in mezza figura e in atto di benedire, con attorno i simboli dei
quattro evangelisti; a destra e a
sinistra cinque figure virili (un pontefice, un vescovo, due monaci benedettini
e un altro personaggio che potrebbe rappresentare S. Isacco) e una figura
femminile (la Vergine); agli angoli due cariatidi virili; sopra e sotto,
corrono festoni a treccia.
Il sarcofago fu trasferito con la ossa del Santo nella cripta di S.
Isacco, nel primo quarto del secolo XVI, quando i canonici lateranensi vennero
da S. Giuliano in città, a S. Ansano. Nel secolo scorso andò incontro a varie
peripezie, passando dai canonici lateranensi ad una famiglia privata, che lo
utilizzò come contenitore d’acqua. Fortunatamente, agli inizi di questo
secolo fu recuperato dal comune di Spoleto e allogato prima nel museo civico
e poi al museo della Rocca.
I resti mortali del Santo, invece, sistemati con il sarcofago prima nella
cripta di S. Isacco e poi nella chiesa di S. Ansano, anche dopo il passaggio del
sarcofago a privati sono sempre rimasti a S. Ansano racchiusi in un’urna
donata da Pio IX , che fu arcivescovo di Spoleto dal 1827 al 1832.
Però hanno conosciuto vari spostamenti: dall’altare maggiore ad un
altare laterale che oggi non c’è più (era il secondo a sinistra dove ora è
il confessionale; insieme al secondo altare della parete destra furono demoliti
intorno al 1950), quindi di nuovo all’altare maggiore, ma sotto l’altare,
infine nei locali parrocchiali, a seguito della riorganizzazione del presbiterio
effettuata dopo gli scavi archeologici degli anni 1969-71.
In occasione del grande giubileo del 2000, fatta la ricognizione
canonica, le venerate reliquie hanno trovato definitiva sistemazione nella
stessa cripta di S. Isacco, dove erano state traslate dalla chiesa di S.
Giuliano nel secolo XVI. Raccolte dentro un’urna di legno, sono custodite in
una copia del sarcofago del secolo XII sopra descritto, che è stata eseguita,
in resina caricata con polvere di marmo e finita con patina antichizzante, dalla
Ditta Gypsum di Roma nel dicembre del 1999. La festa liturgica di S. Isacco viene solennemente celebrata in questa chiesa l’11 aprile di ogni anno e la preghiera con la quale viene solitamente invocato così recita: O
Santo eremita Isacco, che
guidato dallo Spirito del Signore dalla
lontana Siria venisti in questa terra spoletina, trovando
tra i boschi del Monteluco il profondo silenzio in
cui appagare la tua grande sete di contemplazione, e
con il tuo esempio trascinasti molti giovani ad
immergersi nell’infinita tenerezza di Dio, ascolta
la preghiera che con fiducia ti rivolgiamo. Fai
sorgere in noi un intenso desiderio di ascolto e di silenzio, perché,
sfuggendo al ritmo incalzante delle cose, possiamo
annunciare e testimoniare il primato di Dio e
trovare ogni giorno nel colloquio con Lui, la
fonte e il sostegno dei nostri
impegni umani e cristiani. Apri
i giovani alla dimensione contemplativa della vita perché
nell’incontro quotidiano con Dio si
accresca in loro la capacità di dono e di servizio gratuito. Assisti,
ti preghiamo, le persone a Dio consacrate, particolarmente
quelle che edificano la Chiesa nel
silenzio orante della clausura. La
tua solidale intercessione, infine, ci conduca a
riscoprire la bellezza e la gioia dell’esperienza divina e
a pregustare sulla terra quei beni eterni che
speriamo di ottenere in pienezza nella
Gerusalemme del cielo. Amen. |
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