Sant'Antonio
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ANTONIO DI PADOVA, “IL SANTO”,

CANONIZZATO A SPOLETO

 «…Poiché il Signore dice per mezzo del Profeta: Io farò in modo che tutti i po­poli celebrino le vostre lodi e vi coronino di gloria e di onore, e poiché Egli pro­mette che i giusti brilleranno come il sole al cospetto di Dio; è cosa pia e giusta che sulla terra circondiamo della nostra venerazione e lodiamo e onoriamo colo­ro che Dio corona di santità e onora nei cieli…

Di questo numero è il Beato Antonio di santa memoria, dell’Ordine dei Frati Minori, il quale, finché visse sulla terra, apparve ornato delle più belle virtù, ed ora che si trova in cielo brilla per lo splendore di innumerevoli miracoli, affinché venga dimostrata in modo evidente la sua santità.

… Fatti certi delle virtù di lui e dei suoi insigni miracoli, e avendo Noi stessi del resto apprezzato altra volta la santità della sua vita e le meraviglie del suo mi­nistero, abbiamo trovato giusto e buono iscriverlo nel Catalogo dei Santi…

Poiché il Beato Antonio è divenuto in questo mondo una lampada così brillante che, per la grazia di Dio, egli ha meritato di essere collocato non sotto il maggio, ma sul candelabro immortale della Chiesa Cattolica, Noi vi preghiamo tutti e ar­dentemente vi esortiamo con queste lettere apostoliche, anzi vi ordiniamo che, promuovendo la devozione dei fedeli e la venerazione verso di lui, celebriate  ogni anno nel giorno 13 di giugno la sua festa e abbiate cura di farla celebrare con grande solennità…

Dato a Spoleto il giorno 23 giugno 1232, anno sesto del Nostro Pontificato. Gregorio Papa IX».

(Bolla di canonizzazione)

 

1. Il fenomeno antoniano

  Per milioni di devoti sparsi in tutto il mondo, S. Antonio di Padova è un mito che non è rimasto scalfito né dal trascorrere del tempo, né dalle profonde trasformazioni culturali e dai tarli della secolarizzazione in atto in questi ultimi decenni. Forse anche perché, riduttivamente, è stato visto prevalentemente come il grande taumaturgo, il santo dei miracoli. Di certo il fascino della sua santità non è mai venuto meno e il mistero di devozione, amore e culto nei suoi confronti rappresenta un fenomeno quasi unico al mondo per imponenza e universalità. Non si contano gli altari, le cappelle, le chiese e i santuari eretti lungo i secoli in suo onore.

     Egli è considerato da tutti, anche dai non cristiani come i musulmani o indù, una sorta di fratello o di amico che dispensa grazie, un confidente che lenisce le sofferenze e le ansie dell’uomo, un compagno di viaggio che garantisce protezione, una presenza benefica in ogni circostanza della vita, una mano amica che si apre a tutti, un sicuro protettore dei bambini.  È invocato persino per ritrovare oggetti smarriti e per assicurarsi un ma­trimonio! Ma certo la sua personalità e il suo carisma furono molto più alti ed ampi degli angusti spazi in cui l’eccezionale alone di simpatia popolare sembra confinarlo.

     Fu uomo di grande cultura teologica, primo teologo francescano, professore in cattedra per i suoi confratelli con il beneplacito di Francesco, personaggio di spicco nelle strutture di governo dell’Ordine minoritico come Ministro provinciale dell’Italia settentrionale, insigne spirito contemplativo favorito da esperienze mistiche, celebre predicatore sui pulpiti e sulle piazze di mezza Europa, dove con la sua straordinaria eloquenza sapeva incantare le folle, diffondere la fede cristiana, rimproverare i potenti, difendere i deboli, consolare coloro che vagavano nella vita privi di speranza o di orientamenti ideali.

     Godette di grande prestigio fra gli intellettuali e i potenti del suo tempo, ma soprattutto fra i vertici della chiesa e dell’Ordine francescano. Gregorio IX lo chiamava «arca del Testamento» per la sua profonda conoscenza della S. Scrittura; S. Francesco lo chiamava «mio vescovo» a dimostrazione della stima o venerazione che il Poverello aveva per quel frate venuto dal Por­togallo; Leone XIII coniò per lui la definizione «Il Santo di tutto il mondo»; Pio XII lo proclamò «Dottore della chiesa universale», mentre recente­mente Giovanni Paolo II  lo ha presentato come «figura carismatica univer­salmente venerata e invocata».

     Tuttavia, anche se il suo titolo liturgico è tuttora solenne - «Dottore evangelico» - è indubitabile che furono e sono soprattutto i ceti popolari a sentirlo dalla loro parte, a invocarlo «dolce consolatore dei poveri», a cogliere la bellezza della sua testimonianza e a venerarlo con un amore e una devozione che nessun approccio intellettuale è riuscito finora a spiegare. Ancora oggi in tutto il mondo la presa che S. Antonio continua ad avere sull’animo dei moltissimi suoi fedeli e ammiratori rimane saldissima. Così è anche tra gli spoletini, in particolare tra coloro che si adunano, pregano, celebrano, fanno comunità nella chiesa di S. Ansano; il che motiva la pre­senza del Santo di Padova in questa galleria di ritratti agiografici.

    2. La canonizzazione nella cattedrale spoletina.

   La biografia di S. Antonio è a tutti troppo nota perché ci si debba qui attardare a descrivere la sua breve ma intensissima esistenza. Mi limiterò perciò a focalizzare solo l’intreccio indissolubile e fecondo che lega il Santo di Padova alla città di Spoleto

       Non è improbabile che S. Antonio nei suoi viaggi in Umbria abbia fatto delle soste anche a Spoleto, nel convento di S. Apollinare prima e di S. Elia poi, o nell’eremo di Monteluco, la montagna sacra popolata da secoli da eremiti, dove la tradizione vuole che il Santo abbia trascorso dei momenti di preghiera silenziosa e contemplativa per ritemprare lo spirito nella meditazione delle cose celesti. Tra le grotte che costellano la cima del monte e prendono il nome dai santi che le avrebbero abitate, ce n’è una molto suggestiva, che è detta «grotta di S. Antonio». Non è da escludere che il Santo, amante come S. Francesco della solitudine, del silenzio e della con­templazione, vi abbia dimorato sia pure brevemente.

       Ma volendo stare alle cose certe, occorre parlare della sua canonizzazione, che ebbe luogo nella cattedrale di Spoleto il 30 maggio del 1232.

La mobilitazione dei padovani

Nei giorni che se­guirono al beato transito di frate Antonio, numerosi e strepitosi miracoli furono attribuiti all’intercessione del popolarissimo frate, o meglio del «Santo», come lo chiamò affettuosamente la gente di Padova subito dopo la morte. Gli eventi prodigiosi incrementarono la devozione fra tutti gli strati della cittadinanza, compresi i maestri e gli studenti della giovane università degli studi, nei paesi limitrofi e nelle contrade più lontane, e favorirono l’accorrere senza sosta di tanti pellegrini, il moltiplicarsi di racconti di fatti miracolosi, il crescere dell’entusiasmo, il diffondersi di un vero e proprio culto, che cor­rispondeva ad una canonizzazione di fatto da parte del popolo, e la mobi­litazione generale al fine di veder ricono­sciuta dal papa la santità di Anto­nio.

     Venendo incontro a questo unanime desiderio, prima ancora che fosse trascorso un mese dalla morte del Santo, le autorità religiose e civili inviarono a Roma una delegazione formata da eminenti personalità reli­giose e laiche, per presentare al pontefice la petizione di tutta la città - vescovo, clero, podestà, nobili e popolo - volta ad ottenere l’avvio di un regolare processo sulla santità e sui miracoli attribuiti ad Antonio.

     La delegazione fu accolta con segni di particolare cordialità da Gre­gorio IX, il papa che non solo era stato amico di San Francesco e lo aveva canonizzato tre anni prima (16 luglio 1228), manifestando tutta la sua ammirazione e simpatia per l’Ordine francescano, ma aveva conosciuto bene anche Antonio, che si era recato a Roma per chiedere il giudizio del papa su alcune questioni dibattute tra i frati, ed era rimasto così affascinato dalla sua eloquenza e profondità di dottrina che lo aveva definito «Arca del Testamento» e «Scrigno delle Sacre Scritture». Il vecchio pontefice non poteva che gioire nel sentire la fama di santità che circondava frate Antonio e nel vedere maturare frutti così mirabili in quell’orto francescano, che egli aveva sempre protetto con premura paterna e affettuosa. Riunì dunque subito il collegio cardinalizio per discutere l’istanza dell’ambasceria padovana e avviare il processo di canonizzazione.

 Il processo canonico

     La prima fase di questo «iter» canonico, che fu tra i più brevi che si ricordino essendo durato meno di undici mesi (luglio 1231 - maggio 1232), fu la costituzione di un tribunale diocesano a Padova, per formare il quale il papa scelse il vescovo della città, Jacopo, il priore benedettino Giordano Forzaté e il priore dei domenicani Giovanni da Vicenza, dando loro l’incarico di ascoltare e prendere in esame le testimonianze sulle virtù di Antonio e di raccogliere e vagliare tutti gli episodi ritenuti miracolosi e attribuiti alla sua intercessione.

     Ultimato nel febbraio del 1232 il lavoro del tribunale, condotto con diligenza e celerità dai tre commissari, il vescovo e il podestà inviarono dal papa una nuova delegazione, formata da canonici, frati, magistrati e nobili, la quale trasmise il «dossier» e perorò efficacemente la causa. Ad avva­lorare gli atti del processo diocesano, si aggiunsero le lettere dell’università degli studi e dell’accademia dei letterati e soprattutto l’autorevole testimonianza di due cardinali legati, Ottone Candido di Alerano e Giacomo De Pegorato di Pavia, i quali, ritornando dalla Lombardia dove si erano recati su mandato di Gregorio IX al fine di ricomporre i dis­sidi tra Federico II  e le città lombarde, si fermarono a Padova e, avendo constatato di persona ciò che avveniva attorno al sepolcro glorioso di Antonio, vollero esprimere il loro parere favorevole alla canonizzazione.

     Gregorio IX, sempre ben disposto ad elevare Antonio al culto ufficiale della liturgia ma tenuto anche ad ascoltare i suoi cardinali, avendo potuto apprezzare gli atti e il modo con cui era stato condotto il processo nella città euganea, passò subito alla seconda fase della causa, istituendo il processo apostolico e affidandone la presidenza al cardinale di S. Sabina, Giovanni d’Abbeville, già monaco benedettino di Cluny e abate del monastero di S. Pietro d’Abbeville. Questi condusse a termine il processo in brevissimo tempo e con esito favorevole. Ma tanta celerità non piacque ad alcuni cardinali che, appellandosi alla prassi ecclesiastica sempre molto prudente in una materia così delicata e importante, sostenevano che la causa doveva essere giudicata senza fretta, con maggiore cautela e con più seri e approfonditi esami. A sbloccare la situazione giovò senza dubbio la bravura dei delegati padovani, ma le prime biografie dicono che lo stesso S. Antonio si adoperò per vincere le resistenze del collegio cardinalizio, attraverso un sogno profetico in cui apparve al più influente dei cardinali oppositori, che divenne un così convinto fautore e sostenitore della causa da riuscire a dissipare anche i dubbi dei suoi colleghi. Creatasi l’unanimità nel collegio cardinalizio, il papa, che fin dai primi di maggio del 1232 si trovava a Spoleto, stabilì che la canonizzazione di frate Antonio si sarebbe tenuta il 30 maggio, festa di Pentecoste, nella splendida cattedrale spoletina, risorta dalle rovine del Barbarossa e consacrata circa trent’anni prima (1198) da Innocenzo III.

 Il solenne rito della canonizzazione

     Giunse finalmente il giorno tanto atteso. Spoleto, che già nei giorni precedenti aveva conosciuto un’animazione straordinaria, visse un’esperienza indimenticabile, unica, sia per il fatto in sé, sia per i tanti personaggi illustri convenuti in duomo per tributare a frate Antonio i primi onori degli altari: innanzitutto Gregorio IX, avvolto in tutta la ma­gnificenza delle vesti pontificali e accompagnato dai membri della corte pontificia; poi i cardinali, vescovi e alti prelati, che facevano corona al papa; quindi, oltre ai capi dei vari Ordini religiosi, una folta rappresen­tanza della famiglia francescana guidata da frate Elia - eletto pochi giorni prima Ministro generale a Rieti alla presenza del papa - e particolarmente lieta di veder riconosciuto il primo santo dell’Ordine dopo il fondatore; inoltre, i rappresentanti del clero e delle autorità di Padova e di tante altre città vicine e lontane; infine, una moltitudine di popolo esultante che la pur grande cattedrale, addobbata a festa in modo del tutto eccezionale, non poté contenere.

     Il solenne pontificale con il rito della canonizzazione si svolse secondo la prassi del tempo, che prevedeva cinque momenti. Innanzitutto, il pontefice pronunciò un’allocuzione per esaltare le virtù e i meriti di Antonio. Poi un cardinale o un chierico della corte papale declamò i miracoli ottenuti per intercessione del canonizzando ed autenticati nei processi. A questo punto, e fu il momento culminante della cerimonia, Gregorio IX si alzò in piedi e nel nome della SS. Trinità pronunciò la solenne formula con cui ascrisse Antonio nell’albo dei santi: «A lode e gloria dell’onnipotente Dio, Padre e Fi­glio e Spirito Santo, e ad onore della Chiesa romana, veneriamo sulla terra il bea­tissimo padre Antonio, che il Signore ha glorificato nei cieli, dopo avere accolto il parere favorevole dei nostri fratelli e degli altri prelati, decretando che il suo nome sia iscritto nel catalogo dei santi e che se ne celebri la festa il 13 giugno»[1]. Tra l’entusiasmo indescrivibile e la commozione fino alle lacrime che aveva invaso tutti i presenti, il papa intonò allora il «Te Deum», l’inno di ringraziamento che, cantato da tutti, risuonò festoso tra le volte della cattedrale, facendo vibrare le mura della chiesa. Finito il «Te Deum», lo stesso ponte­fice, memore della scienza del novello canonizzato, volle intonare l’antifona dei dottori della Chiesa: «O Dottore ottimo, luce della santa Chiesa, beato Antonio, amatore della legge divina: intercedi per noi presso il Figlio di Dio»[2], a cui seguì il canto della preghiera, composta per l’occasione, con il nome del novello santo. Come ultimo atto, Gregorio IX celebrò la prima messa in onore di S. Antonio. Pochi giorni dopo il papa emanò due bolle sull’avvenuta canonizzazione: una indirizzata ai patavini e una alla chiesa universale.

     La leggenda vuole che durante lo svolgimento della cerimonia di ca­nonizzazione, a Lisbona, città natale del Santo, le campane delle chiese suonasse­ro a festa, senza che mano d’uomo le muovesse, tra la sorpresa e la gioia di tutti gli abitanti. È sicuro invece che a Padova, la città di elezione di S. Antonio, la notizia della avvenuta canonizzazione giunse in tempo utile perché si preparasse e celebrasse con la massima solennità, il 13 giungo 1232, la prima festa del nuovo santo, a cui parteciparono anche i delegati padovani che avevano presenziato alla cerimonia di Spoleto e che a marce forzate avevano raggiunto la loro città.

     Gli storici spoletini (S. Minervio, G.F. Leoncilli, S. Serafini, A. Sansi) tramandarono la memoria della solenne canoniz­zazione di S. Antonio, aggiungendo la notizia che i padovani, a ricordo dell’evento, vollero ricoprire di piombo il tetto della cattedrale di Spoleto, a loro spese.

  3. Il culto antoniano nella chiesa di S. Simone

La città di Spoleto, ospitando la solenne cerimonia della canonizza­zione, ebbe l’invidiabile sorte di poter tributare per prima gli onori del culto al glorioso S. Antonio di Padova. Da quel giorno nacque e si svi­luppò tra gli spoletini una tenera e intensa devozione verso il Santo, che non venne mai meno nel corso dei secoli ed ebbe il suo centro propulsivo e aggregativo nella chiesa minoritica di S. Simone, considerata a Spoleto come un vero santuario antoniano.

     In S. Simone si celebravano ogni anno, con la massima solennità e con imponente concorso di popolo, le feste di S. Antonio: innanzitutto quella del 13 giugno, giorno della morte del Santo, poi quella della traslazione del suo venerato corpo, il 15 febbraio, e più tardi anche la festa della sua iscrizione nell’albo dei santi, che si teneva dal 28 al 30 maggio.

     In quel tempio monumentale c’era una bellissima cappella dedicata a S. Antonio, presso la quale le manifestazioni del culto del Santo erano particolarmente vive e sentite, soprattutto a motivo della presenza di una veneratissima immagine affrescata che era ritenuta comunemente come la rappresentazione più fedele del glorioso taumaturgo di Padova.

     Gli spoletini, tra l’altro, si riunivano ogni martedì dell’anno a S. Simone per alcuni esercizi di culto antoniano davanti a quella preziosa effigie e istituirono una «Compagnia di S. Antonio di Padova», sempre in S. Simo­ne, dove i membri tenevano una processione serale nella seconda domeni­ca di ogni mese per incrementare la devozione a quella cara immagine.

 Compatrono della città

    La venerazione degli spoletini per S. Antonio, mantenuta sempre desta dal devoto ritratto di cui si è detto, dalla pietà dei frati e dalle loro iniziative volte a rendere sempre più solenni le feste annuali del Santo, andò ancora crescendo da quando, nel 1602, S. Antonio fu annoverato tra i protettori della città. È vero che fin dal tempo della canonizzazione tutti lo consideravano loro speciale patrono e si affidavano alla sua tutela, ma la proclamazione ufficiale e pubblica del suo patronato alimentò gli entusia­smi ed accrebbe il livello e il numero delle manifestazioni di amore verso il grande taumaturgo.

     Furono i frati minori conventuali di S. Simone che il 25 maggio del 1602 avanzarono la richiesta alla municipalità di Spoleto perché si ricono­scesse e annoverasse S. Antonio tra gli altri avvocati e protettori di questa città, si dichiarasse giorno di festa il 13 giugno e lo si celebrasse anche con una solenne processione cittadina. La risposta positiva del consiglio co­munale assunse la forma di una delibera, a seguito della quale la festa principale di S. Antonio divenne via via sempre più solenne.

     Il magistrato cittadino si portava ogni anno a S. Simone il 13 giugno, facendo la sua offerta di cera bianca e partecipando alla processione; il capitolo della cattedrale vi si recava ufficialmente per la messa cantata e il popolo vi conveniva numerosissimo e devoto, attratto non solo dal desiderio di venerare il Santo, ma anche dalle luminarie, dalle musiche, dalla bellezza dei riti, dai discorsi, dagli addobbi della chiesa, dalle stesse manifestazioni esteriori di giubilo, come i fuochi di artificio, e dalla grande fiera che durava otto giorni. Una relazione della festa celebrata nel 1664, a firma di Gregorio Arnazzani, esprime il forte stupore del visitatore che partecipa per la prima volta ad una festa così bella.

     Quanto crebbe nel ‘600 il culto di S. Antonio a Spoleto, lo possiamo cogliere anche in un componimento poetico di un frate di S. Simone, Fran­cesco Paoli. È  intitolato: «Presagio di felicità alla città di Spoleto sotto la prote­zione del glorioso S. Antonio di Padova». Dedicata al vescovo Cesare Facchi­netti, quest’ode, che fu stampata nel 1662 a Spoleto, esprime la piena fiducia della città, sottoposta a varie prove, nell’intercessione del Santo.

     Il culto antoniano ebbe un ulteriore incremento a partire dal 1696, quando alla chiesa di S. Simone fu donata una reliquia di parte del cranio di S. Antonio, racchiusa in un ricco reliquiario d’argento; reliquia che era appartenuta alla principessa Olimpia Giustiniani Barberini. L‘avvenimento fu celebrato dal 12 al 22 giugno con una solennità del tutto straordinaria e con la partecipazione di tutta la città, come si può leggere in una relazione particolareggiata della bellissima festa, stilata dal guardiano del convento di S. Simone, padre Bernardino Barbier, e data alle stampe in quello stesso anno.

     La ricognizione del corpo del Santo, fatta a Padova nel 1981, ha rivelato che, fatta salva la buona fede di tutti, la reliquia non apparteneva a S. Antonio, risultando integro il suo cranio. Vista però la venerazione e devozione degli spoletini, i frati minori conventuali di Padova il 30 maggio del 1981 hanno inviato una reliquia sicuramente autentica di S. Antonio, tratta “ ex massa corporis”.

     Ritornando al secolo XVII, sul piano artistico i frati vollero atte­stare la loro devozione verso l’illustre confratello, chiamando nel 1643 il Gubbiotto, tardo discepolo degli Zuccari, a decorare il chiostro del loro convento di S. Simone con scene della vita e dei miracoli di S. Antonio; il Gubbiotto realizzò pregevoli af­freschi e le famiglie più abbienti contribui­rono generosamente al compi­mento del ciclo pittorico.

     A livello liturgico, nel 1772 il vescovo di Spoleto, F.M. Loccatelli, ot­tenne dalla Congregazione dei Riti che la festa del 13 giugno fosse elevata per la città a rito doppio maggiore; ed ottenne per il clero di poter recitare il 15 febbraio, come già faceva per l’ufficio del 13 giugno, l’ufficio proprio della traslazione del Santo, che era nel breviario dei frati minori conventuali.

 4. Il culto antoniano nella chiesa dei SS. Ansano e Antonio

    I frati minori conventuali, dopo il forzato abbandono di S. Simone provocato dalle leggi di soppressione emanate dopo l’unità d’Italia, si trasferirono a S. Ansano nel 1896. Dei molti cimeli storici che impreziosivano il monumentale tempio eretto in onore del B. Simone da Collazzone, riuscirono a portare nella nuova sede solo pochi ricordi, tutti legati alla figura di S. Antonio: una bella statua settecentesca, una tela che è una copia a olio dell’affresco quattrocentesco venerato a S. Simone come il ritratto autentico del Santo e una reliquia antoniana dentro un antico reliquiario d’argento; segno evidente che la secolare devozione spoletina verso S. Antonio avrebbe avuto a S. Ansano il suo più naturale e idoneo punto di riferimento per continuare ad esprimersi.

     In effetti i frati, oltre a valorizzare i tre preziosi ricordi provenienti da S. Simone, compirono una serie di scelte che dettero al complesso di S. An­sano una fisionomia francescana e in particolare antoniana. Nel 1900, in occasione del giubileo, ripitturarono la sacrestia facendo dipingere al centro della volta lo stemma francescano e su una parete, sopra il paratoio, tra le due finestre, l’immagine di S. Antonio con libro in mano e in atto di be­nedire; attorno al Santo è una ghirlanda di gigli, motivo floreale che ritor­na sulle volte, dove i gigli sono legati da nastri sui quali si legge qualche verso del «Si quaeris miracula».

  Contitolare della chiesa e del convento

    Nel 1904 fu restaurato, insieme alla chiesa, l’altare maggiore, che venne riconsacrato in onore dei SS. Ansano e Antonio.

     In quello stesso anno, non solo l’altare bensì tutta la chiesa, dietro richiesta dei frati e con l’assenso di Pio X, assunse il titolo dei SS. Ansano e Antonio e di conseguenza anche il convento, da allora, aggiunse il nome di S. Antonio accanto a quello tradizionale di S. Ansano.

     Divenuto S. Antonio contitolare della chiesa e del convento, venne ali­mentato il suo culto ordinario e furono celebrate con maggiore fervore religioso le sue feste. Queste raggiunsero punte massime di partecipazione e di solennità in alcune particolari ricorrenze, come il settimo centenario della canonizzazione del Santo (1932), la cui celebrazione assunse un ca­rattere prevalentemente cittadino e diocesano.

     In vista di tale traguardo, i frati minori conventuali fecero scolpire da A. Cimbelli un bassorilievo, allogato sopra il portale della chiesa, che raffigura la Madonna con il Bam­bino tra i santi Ansano (con la palma del martirio) e Antonio di Padova (con il libro e giglio). Inoltre, nel 1931, fondarono una rivista popolare mensile intitolata «S. Antonio», che ebbe larga diffusione tra i devoti del Santo, so­prattutto nel territorio spoletino, e fu stampata fino al 1970.

     Festeggiamenti più solenni del solito ci furono anche in altri anni, a motivo di qualche particolare avvenimento attinente al Santo, come nel 1946, quando Pio XII, con la sua lettera apostolica «Exulta, Lusitania felix, o felix Padua gaude», del 16 gennaio, lo proclamò solennemente dottore universale della chiesa, confermando ed estendendo a tutta la chiesa il culto di dottore che il Santo godeva già dal giorno della sua canonizzazione; o come recentemente, in occasione dell’ottavo centenario della na­scita del Santo (1995), quando i frati di Padova organizzarono una «peregrinazione» di alcune reliquie di S. Antonio per tutta Italia, toccando an­che sette città dell’Umbria: Terni, Foligno, Assisi, Perugia, Gubbio, Città di Castello e Spoleto, dove i venerati resti sostarono il 13 settembre, prima a S. Ansano e in serata nella cattedrale, con grande afflusso di devoti nono­stante l’inclemenza del tempo.

     A proposito di reliquie, va ricordato che i frati minori conventuali di Padova ne hanno donate due autentiche al convento spoletino dei SS. Ansano e Antonio: una nel 1981, come ho già detto, in occasione della ricognizione del corpo del Santo (è tratta «ex massa corporis» ed è custodita in un reliquiario del 1959 portato ogni  anno in chiesa per la festa); l’altra nel 1998 (è un frammento di cute, racchiuso in un reliquiario che è più agevole portare in processione).

     Le espressioni di culto e devozione verso i santi, che possono confi­gurarsi come «religiosità popolare», sono andate in crisi in molti casi, ma il «fenomeno antoniano», nato fin dalle origini da una forte istanza popolare e proseguito in un crescendo inarrestabile, è più vivo che mai e diffuso in tutto il mondo. Anche a Spoleto, come si può constatare ogni anno in occa­sione delle celebrazioni antoniane che hanno luogo nella chiesa dei SS. Ansano e Antonio (triduo, festa del 13 giugno, solennemente celebrata secondo il calendario e i libri liturgici dell’Ordine Serafico, e processione per le vie della città), S. Antonio continua a richiamare grandi folle e ad offrire a tutti, da vero amico, il suo messaggio, la sua protezione e la sua benedizione.

5. La Preghiera

     Ecco la preghiera con la quale  S. Antonio viene invocato in questa chiesa di cui è contitolare:

O glorioso Sant’Antonio di Padova,

che ricevesti gli onori degli altari a Spoleto,

città che sempre ti ha amato, venerato e invocato,

ascolta benigno la preghiera che ti rivolgiamo.

Tu che, divenuto discepolo di Francesco,

predicasti con grande passione il vangelo di Cristo,

aiutaci ad aprire il cuore alla parola del Signore,

perché la nostra vita continuamente si rinnovi

nello spirito delle beatitudini evangeliche

e annunci la salvezza donata  a tutti dal Figlio di Dio.

Tu che avesti la grazia incomparabile

di stringere fra le braccia il Bambino Gesù,

benedici tutti i nostri bambini,

guida i giovani verso una vita piena e generosa,

conserva nelle famiglie l’unità, la fede e l’amore.

Tu che fosti un costruttore di pace fra gli uomini,

guarda alle vittime della violenza e della guerra

e, in questo mondo pieno di tensioni e di lotte,

trasformaci in operatori di fraternità e riconciliazione.

Tu che ti facesti difensore dei poveri e degli oppressi,

soccorri quanti sono provati dalla sofferenza,

dalla solitudine, dall’indigenza e dall’ingiustizia,

e rendici fattivamente solidali con loro.

Tu che ricevesti il dono delle guarigioni e dei miracoli

ottieni a tutti noi la salute dell’anima e del corpo,

sostienici nelle fatiche e nelle prove di ogni giorno

e fa’ che possiamo amare, servire e glorificare Dio

nella vita presente e in quella futura del cielo.

Amen.