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ANTONIO DI PADOVA, “IL SANTO”, CANONIZZATO A SPOLETO «…Poiché
il Signore dice per mezzo del Profeta: Io farò in modo che tutti i popoli
celebrino le vostre lodi e vi coronino di gloria e di onore, e poiché Egli promette
che i giusti brilleranno come il sole al cospetto di Dio; è cosa pia e giusta
che sulla terra circondiamo della nostra venerazione e lodiamo e onoriamo coloro
che Dio corona di santità e onora nei cieli… Di questo numero è il Beato Antonio di santa memoria,
dell’Ordine dei Frati Minori, il quale, finché visse sulla terra, apparve
ornato delle più belle virtù, ed ora che si trova in cielo brilla per lo
splendore di innumerevoli miracoli, affinché venga dimostrata in modo evidente
la sua santità. … Fatti certi delle virtù di lui e dei suoi insigni
miracoli, e avendo Noi stessi del resto apprezzato altra volta la santità della
sua vita e le meraviglie del suo ministero, abbiamo trovato giusto e buono
iscriverlo nel Catalogo dei Santi… Poiché il Beato Antonio è divenuto in questo mondo
una lampada così brillante che, per la grazia di Dio, egli ha meritato di
essere collocato non sotto il maggio, ma sul candelabro immortale della Chiesa
Cattolica, Noi vi preghiamo tutti e ardentemente vi esortiamo con queste
lettere apostoliche, anzi vi ordiniamo che, promuovendo la devozione dei fedeli
e la venerazione verso di lui, celebriate ogni anno nel giorno 13 di giugno la sua festa e abbiate cura
di farla celebrare con grande solennità… Dato
a Spoleto il giorno 23 giugno 1232, anno sesto del Nostro Pontificato. Gregorio
Papa IX». (Bolla
di canonizzazione)
1. Il fenomeno antoniano Egli è considerato da tutti, anche dai non cristiani come i musulmani o indù, una sorta di fratello o di amico che dispensa grazie, un confidente che lenisce le sofferenze e le ansie dell’uomo, un compagno di viaggio che garantisce protezione, una presenza benefica in ogni circostanza della vita, una mano amica che si apre a tutti, un sicuro protettore dei bambini. È invocato persino per ritrovare oggetti smarriti e per assicurarsi un matrimonio! Ma certo la sua personalità e il suo carisma furono molto più alti ed ampi degli angusti spazi in cui l’eccezionale alone di simpatia popolare sembra confinarlo. Fu uomo di grande cultura teologica, primo teologo francescano, professore in cattedra per i suoi confratelli con il beneplacito di Francesco, personaggio di spicco nelle strutture di governo dell’Ordine minoritico come Ministro provinciale dell’Italia settentrionale, insigne spirito contemplativo favorito da esperienze mistiche, celebre predicatore sui pulpiti e sulle piazze di mezza Europa, dove con la sua straordinaria eloquenza sapeva incantare le folle, diffondere la fede cristiana, rimproverare i potenti, difendere i deboli, consolare coloro che vagavano nella vita privi di speranza o di orientamenti ideali. Godette di grande prestigio fra gli intellettuali e i potenti del suo tempo, ma soprattutto fra i vertici della chiesa e dell’Ordine francescano. Gregorio IX lo chiamava «arca del Testamento» per la sua profonda conoscenza della S. Scrittura; S. Francesco lo chiamava «mio vescovo» a dimostrazione della stima o venerazione che il Poverello aveva per quel frate venuto dal Portogallo; Leone XIII coniò per lui la definizione «Il Santo di tutto il mondo»; Pio XII lo proclamò «Dottore della chiesa universale», mentre recentemente Giovanni Paolo II lo ha presentato come «figura carismatica universalmente venerata e invocata». Tuttavia, anche se il suo titolo liturgico è tuttora solenne - «Dottore evangelico» - è indubitabile che furono e sono soprattutto i ceti popolari a sentirlo dalla loro parte, a invocarlo «dolce consolatore dei poveri», a cogliere la bellezza della sua testimonianza e a venerarlo con un amore e una devozione che nessun approccio intellettuale è riuscito finora a spiegare. Ancora oggi in tutto il mondo la presa che S. Antonio continua ad avere sull’animo dei moltissimi suoi fedeli e ammiratori rimane saldissima. Così è anche tra gli spoletini, in particolare tra coloro che si adunano, pregano, celebrano, fanno comunità nella chiesa di S. Ansano; il che motiva la presenza del Santo di Padova in questa galleria di ritratti agiografici. 2.
La canonizzazione nella cattedrale spoletina.
Non è improbabile che S. Antonio nei suoi viaggi in Umbria abbia fatto
delle soste anche a Spoleto, nel convento di S. Apollinare prima e di S. Elia
poi, o nell’eremo di Monteluco, la montagna sacra popolata da secoli da
eremiti, dove la tradizione vuole che il Santo abbia trascorso dei momenti di
preghiera silenziosa e contemplativa per ritemprare lo spirito nella meditazione
delle cose celesti. Tra le grotte che costellano la cima del monte e prendono il
nome dai santi che le avrebbero abitate, ce n’è una molto suggestiva, che è
detta «grotta di S. Antonio». Non è da escludere che il Santo, amante come S.
Francesco della solitudine, del silenzio e della contemplazione, vi abbia
dimorato sia pure brevemente.
Ma volendo stare alle cose certe, occorre parlare della sua
canonizzazione, che ebbe luogo nella cattedrale di Spoleto il 30 maggio del
1232. La
mobilitazione dei padovani Nei giorni che seguirono al beato transito di frate Antonio, numerosi e
strepitosi miracoli furono attribuiti all’intercessione del popolarissimo
frate, o meglio del «Santo», come lo chiamò affettuosamente la gente di
Padova subito dopo la morte. Gli eventi prodigiosi incrementarono la
devozione fra tutti gli strati della cittadinanza, compresi i maestri e gli
studenti della giovane università degli studi, nei paesi limitrofi e nelle
contrade più lontane, e favorirono l’accorrere senza sosta di tanti
pellegrini, il moltiplicarsi di racconti di fatti miracolosi, il crescere
dell’entusiasmo, il diffondersi di un vero e proprio culto, che corrispondeva
ad una canonizzazione di fatto da parte del popolo, e la mobilitazione
generale al fine di veder riconosciuta dal papa la santità di Antonio.
Venendo incontro a questo unanime desiderio, prima ancora che fosse
trascorso un mese dalla morte del Santo, le autorità religiose e civili
inviarono a Roma una delegazione formata da eminenti personalità religiose e
laiche, per presentare al pontefice la petizione di tutta la città - vescovo,
clero, podestà, nobili e popolo - volta ad ottenere l’avvio di un regolare
processo sulla santità e sui miracoli attribuiti ad Antonio.
La delegazione fu accolta con segni di particolare cordialità da Gregorio
IX, il papa che non solo era stato amico di San Francesco e lo aveva canonizzato
tre anni prima (16 luglio 1228), manifestando tutta la sua ammirazione e
simpatia per l’Ordine francescano, ma aveva conosciuto bene anche Antonio, che
si era recato a Roma per chiedere il giudizio del papa su alcune questioni
dibattute tra i frati, ed era rimasto così affascinato dalla sua eloquenza e
profondità di dottrina che lo aveva definito «Arca del Testamento» e «Scrigno
delle Sacre Scritture». Il vecchio pontefice non poteva che gioire nel
sentire la fama di santità che circondava frate Antonio e nel vedere maturare
frutti così mirabili in quell’orto francescano, che egli aveva sempre
protetto con premura paterna e affettuosa. Riunì dunque subito il collegio
cardinalizio per discutere l’istanza dell’ambasceria padovana e avviare il
processo di canonizzazione.
La prima fase di questo «iter» canonico, che fu tra i più brevi che si
ricordino essendo durato meno di undici mesi (luglio 1231 - maggio 1232), fu la
costituzione di un tribunale diocesano a Padova, per formare il quale il papa
scelse il vescovo della città, Jacopo, il priore benedettino Giordano Forzaté
e il priore dei domenicani Giovanni da Vicenza, dando loro l’incarico di
ascoltare e prendere in esame le testimonianze sulle virtù di Antonio e di
raccogliere e vagliare tutti gli episodi ritenuti miracolosi e attribuiti alla
sua intercessione.
Ultimato nel febbraio del 1232 il lavoro del tribunale, condotto con
diligenza
e celerità dai tre commissari, il vescovo e il podestà inviarono dal papa una
nuova delegazione, formata da canonici, frati, magistrati e nobili, la quale
trasmise il «dossier» e perorò efficacemente la causa. Ad avvalorare gli
atti del processo diocesano, si aggiunsero le lettere dell’università degli
studi e dell’accademia dei letterati e soprattutto l’autorevole
testimonianza di due cardinali legati, Ottone Candido di Alerano e Giacomo De
Pegorato di Pavia, i quali, ritornando dalla Lombardia dove si erano recati su
mandato di Gregorio IX al fine di ricomporre i dissidi tra Federico II
e
le città lombarde, si fermarono a Padova e, avendo constatato di persona ciò
che avveniva attorno al sepolcro glorioso di Antonio, vollero esprimere il
loro parere favorevole alla canonizzazione.
Gregorio IX, sempre ben disposto ad elevare Antonio al culto ufficiale
della liturgia ma tenuto anche ad ascoltare i suoi cardinali, avendo potuto
apprezzare gli atti e il modo con cui era stato condotto il processo nella città
euganea, passò subito alla seconda fase della causa, istituendo il processo
apostolico e affidandone la presidenza al cardinale di S. Sabina, Giovanni d’Abbeville,
già monaco benedettino di Cluny e abate del monastero di S. Pietro d’Abbeville.
Questi condusse a termine il processo in brevissimo tempo e con esito
favorevole. Ma tanta celerità non piacque ad alcuni cardinali che,
appellandosi alla prassi ecclesiastica sempre molto prudente in una materia così
delicata e importante, sostenevano che la causa doveva essere giudicata senza
fretta, con maggiore cautela e con più seri e approfonditi esami. A sbloccare
la situazione giovò senza dubbio la bravura dei delegati padovani, ma le prime
biografie dicono che lo stesso S. Antonio si adoperò per vincere le resistenze
del collegio cardinalizio, attraverso un sogno profetico in cui apparve al più
influente dei cardinali oppositori, che divenne un così convinto fautore e
sostenitore della causa da riuscire a dissipare anche i dubbi dei suoi colleghi.
Creatasi l’unanimità nel collegio cardinalizio, il papa, che fin dai primi di
maggio del 1232 si trovava a Spoleto, stabilì che la canonizzazione di frate
Antonio si sarebbe tenuta il 30 maggio, festa di Pentecoste, nella splendida
cattedrale spoletina, risorta dalle rovine del Barbarossa e consacrata circa
trent’anni prima (1198) da Innocenzo III.
Giunse finalmente il giorno tanto atteso. Spoleto, che già nei giorni
precedenti aveva conosciuto un’animazione straordinaria, visse un’esperienza
indimenticabile, unica, sia per il fatto in sé, sia per i tanti personaggi
illustri convenuti in duomo per tributare a frate Antonio i primi onori degli
altari: innanzitutto Gregorio IX, avvolto in tutta la magnificenza delle vesti
pontificali e accompagnato dai membri della corte pontificia; poi i cardinali,
vescovi e alti prelati, che facevano corona al papa; quindi, oltre ai capi dei
vari Ordini religiosi, una folta rappresentanza della famiglia francescana
guidata da frate Elia - eletto pochi giorni prima Ministro generale a Rieti alla
presenza del papa - e particolarmente lieta di veder riconosciuto il primo santo
dell’Ordine dopo il fondatore; inoltre, i rappresentanti del clero e delle
autorità di Padova e di tante altre città vicine e lontane; infine, una
moltitudine di popolo esultante che la pur grande cattedrale, addobbata a festa
in modo del tutto eccezionale, non poté contenere.
Il solenne pontificale con il rito della canonizzazione si svolse secondo
la prassi del tempo, che prevedeva cinque momenti. Innanzitutto, il pontefice
pronunciò un’allocuzione per esaltare le virtù e i meriti di Antonio. Poi un
cardinale o un chierico della corte papale declamò i miracoli ottenuti per
intercessione del canonizzando ed autenticati nei processi. A questo punto, e fu
il momento culminante della cerimonia, Gregorio IX si alzò in piedi e nel nome
della SS. Trinità pronunciò la solenne formula con cui ascrisse Antonio
nell’albo dei santi: «A lode e gloria
dell’onnipotente Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo, e ad onore della
Chiesa romana, veneriamo sulla terra il beatissimo padre Antonio, che il
Signore ha glorificato nei cieli, dopo avere accolto il parere favorevole dei
nostri fratelli e degli altri prelati, decretando che il suo nome sia iscritto
nel catalogo dei santi e che se ne celebri la festa il 13 giugno»[1].
Tra l’entusiasmo indescrivibile e la commozione fino alle lacrime che aveva
invaso tutti i presenti, il papa intonò allora il «Te Deum», l’inno di
ringraziamento che, cantato da tutti, risuonò festoso tra le volte della
cattedrale, facendo vibrare le mura della chiesa. Finito il «Te Deum», lo
stesso pontefice, memore della scienza del novello canonizzato, volle intonare
l’antifona dei dottori della Chiesa: «O
Dottore ottimo, luce della santa Chiesa, beato Antonio, amatore della legge
divina: intercedi per noi presso il Figlio di Dio»[2], a cui seguì il canto
della preghiera, composta per l’occasione, con il nome del novello santo. Come
ultimo atto, Gregorio IX celebrò la prima messa in onore di S. Antonio. Pochi
giorni dopo il papa emanò due bolle sull’avvenuta canonizzazione: una
indirizzata ai patavini e una alla chiesa universale.
La leggenda vuole che durante lo svolgimento della cerimonia di canonizzazione,
a Lisbona, città natale del Santo, le campane delle chiese suonassero a
festa, senza che mano d’uomo le muovesse, tra la sorpresa e la gioia di tutti
gli abitanti. È sicuro invece che a Padova, la città di elezione di S.
Antonio, la notizia della avvenuta canonizzazione giunse in tempo utile perché
si preparasse e celebrasse con la massima solennità, il 13 giungo 1232, la
prima festa del nuovo santo, a cui parteciparono anche i delegati padovani che
avevano presenziato alla cerimonia di Spoleto e che a marce forzate avevano
raggiunto la loro città. Gli storici spoletini (S. Minervio, G.F. Leoncilli, S. Serafini, A. Sansi) tramandarono la memoria della solenne canonizzazione di S. Antonio, aggiungendo la notizia che i padovani, a ricordo dell’evento, vollero ricoprire di piombo il tetto della cattedrale di Spoleto, a loro spese. La
città di Spoleto, ospitando la solenne cerimonia della canonizzazione, ebbe
l’invidiabile sorte di poter tributare per prima gli onori del culto al
glorioso S. Antonio di Padova. Da quel giorno nacque e si sviluppò tra gli
spoletini una tenera e intensa devozione verso il Santo, che non venne mai meno
nel corso dei secoli ed ebbe il suo centro propulsivo e aggregativo nella chiesa
minoritica di S. Simone, considerata a Spoleto come un vero santuario antoniano.
In S. Simone si celebravano ogni anno, con la massima solennità e con
imponente concorso di popolo, le feste di S. Antonio: innanzitutto quella del 13
giugno, giorno della morte del Santo, poi quella della traslazione del suo
venerato corpo, il 15 febbraio, e più tardi anche la festa della sua iscrizione
nell’albo dei santi, che si teneva dal 28 al 30 maggio.
In quel tempio monumentale c’era una bellissima cappella dedicata a S.
Antonio, presso la quale le manifestazioni del culto del Santo erano
particolarmente vive e sentite, soprattutto a motivo della presenza di una
veneratissima immagine affrescata che era ritenuta comunemente come la
rappresentazione più fedele del glorioso taumaturgo di Padova.
Gli spoletini, tra l’altro, si riunivano ogni martedì dell’anno a S.
Simone per alcuni esercizi di culto antoniano davanti a quella preziosa effigie
e istituirono una «Compagnia di S. Antonio di Padova», sempre in S. Simone,
dove i membri tenevano una processione serale nella seconda domenica di ogni
mese per incrementare la devozione a quella cara immagine.
La venerazione degli spoletini per S. Antonio, mantenuta sempre desta
dal devoto ritratto di cui si è detto, dalla pietà dei frati e dalle loro
iniziative
volte a rendere sempre più solenni le feste annuali del Santo, andò ancora
crescendo da quando, nel 1602, S. Antonio fu annoverato tra i protettori della
città. È vero che fin dal tempo della canonizzazione tutti lo consideravano
loro speciale patrono e si affidavano alla sua tutela, ma la proclamazione
ufficiale e pubblica del suo patronato alimentò gli entusiasmi ed accrebbe il
livello e il numero delle manifestazioni di amore verso il grande taumaturgo.
Furono i frati minori conventuali di S. Simone che il 25 maggio del 1602
avanzarono la richiesta alla municipalità di Spoleto perché si riconoscesse
e annoverasse S. Antonio tra gli altri avvocati e protettori di questa città,
si dichiarasse giorno di festa il 13 giugno e lo si celebrasse anche con una
solenne processione cittadina. La risposta positiva del consiglio comunale
assunse la forma di una delibera, a seguito della quale la festa principale di
S. Antonio divenne via via sempre più solenne.
Il magistrato cittadino si portava ogni anno a S. Simone il 13 giugno,
facendo la sua offerta di cera bianca e partecipando alla processione; il
capitolo della cattedrale vi si recava ufficialmente per la messa cantata e il
popolo vi conveniva numerosissimo e devoto, attratto non solo dal desiderio di
venerare il Santo, ma anche dalle luminarie, dalle musiche, dalla bellezza dei
riti, dai discorsi, dagli addobbi della chiesa, dalle stesse manifestazioni
esteriori di giubilo, come i fuochi di artificio, e dalla grande fiera che
durava otto giorni. Una relazione della festa celebrata nel 1664, a firma di
Gregorio Arnazzani, esprime il forte stupore del visitatore che partecipa per la
prima volta ad una festa così bella.
Quanto crebbe nel ‘600 il culto di S. Antonio a Spoleto, lo possiamo
cogliere anche in un componimento poetico di un frate di S. Simone, Francesco
Paoli. È intitolato: «Presagio di felicità alla città di Spoleto sotto la protezione del
glorioso S. Antonio di Padova». Dedicata al vescovo Cesare Facchinetti,
quest’ode, che fu stampata nel 1662 a Spoleto, esprime la piena fiducia
della città, sottoposta a varie prove, nell’intercessione del Santo.
Il culto antoniano ebbe un ulteriore incremento a partire dal 1696,
quando alla chiesa di S. Simone fu donata una reliquia di parte del cranio di S.
Antonio, racchiusa in un ricco reliquiario d’argento; reliquia che era
appartenuta alla principessa Olimpia Giustiniani Barberini. L‘avvenimento fu
celebrato dal 12 al 22 giugno con una solennità del tutto straordinaria e con
la partecipazione di tutta la città, come si può leggere in una relazione
particolareggiata della bellissima festa, stilata dal guardiano del convento di
S. Simone, padre Bernardino Barbier, e data alle stampe in quello stesso anno.
La ricognizione del corpo del Santo, fatta a Padova nel 1981, ha rivelato
che, fatta salva la buona fede di tutti, la reliquia non apparteneva a S.
Antonio, risultando integro il suo cranio. Vista però la venerazione e
devozione degli spoletini, i frati minori conventuali di Padova il 30 maggio del
1981 hanno inviato una reliquia sicuramente autentica di S. Antonio, tratta “
ex massa corporis”.
Ritornando al secolo XVII, sul piano artistico
i frati vollero attestare la loro devozione verso l’illustre
confratello, chiamando nel 1643 il Gubbiotto, tardo discepolo degli Zuccari, a
decorare il chiostro del loro convento di S. Simone con scene della vita e dei
miracoli di S. Antonio; il Gubbiotto realizzò pregevoli affreschi e le
famiglie più abbienti contribuirono generosamente al compimento del ciclo
pittorico.
A livello liturgico, nel 1772 il vescovo di Spoleto, F.M. Loccatelli, ottenne
dalla Congregazione dei Riti che la festa del 13 giugno fosse elevata per la
città a rito doppio maggiore; ed ottenne per il clero di poter recitare il 15
febbraio, come già faceva per l’ufficio del 13 giugno, l’ufficio proprio
della traslazione del Santo, che era nel breviario dei frati minori conventuali.
I frati minori conventuali, dopo il forzato abbandono di S. Simone
provocato dalle leggi di soppressione emanate dopo l’unità d’Italia, si
trasferirono a S. Ansano nel 1896. Dei molti cimeli storici che impreziosivano
il monumentale tempio eretto in onore del B. Simone da Collazzone, riuscirono a
portare nella nuova sede solo pochi ricordi, tutti legati alla figura di S.
Antonio: una bella statua settecentesca, una tela che è una copia a olio
dell’affresco quattrocentesco venerato a S. Simone come il ritratto
autentico del Santo e una reliquia antoniana dentro un antico reliquiario
d’argento; segno evidente che la secolare devozione spoletina verso S. Antonio
avrebbe avuto a S. Ansano il suo più naturale e idoneo punto di riferimento per
continuare ad esprimersi.
In effetti i frati, oltre a valorizzare i tre preziosi ricordi
provenienti da S. Simone, compirono una serie di scelte che dettero al complesso
di S. Ansano una fisionomia francescana e in particolare antoniana. Nel 1900,
in occasione del giubileo, ripitturarono la sacrestia facendo dipingere al
centro
della volta lo stemma francescano e su una parete, sopra il paratoio, tra le due
finestre, l’immagine di S. Antonio con libro in mano e in atto di benedire;
attorno al Santo è una ghirlanda di gigli, motivo floreale che ritorna sulle
volte, dove i gigli sono legati da nastri sui quali si legge qualche verso del
«Si quaeris miracula».
In quello stesso anno, non solo l’altare bensì tutta la chiesa, dietro
richiesta dei frati e con l’assenso di Pio X, assunse il titolo dei SS.
Ansano e Antonio e di conseguenza anche il convento, da allora, aggiunse il nome
di S. Antonio accanto a quello tradizionale di S. Ansano.
Divenuto S. Antonio contitolare della chiesa e del convento, venne alimentato
il suo culto ordinario e furono celebrate con maggiore fervore religioso le
sue feste. Queste raggiunsero punte massime di partecipazione e di solennità in
alcune particolari ricorrenze, come il settimo centenario della canonizzazione
del Santo (1932), la cui celebrazione assunse un carattere prevalentemente
cittadino e diocesano.
In vista di tale traguardo, i frati minori conventuali fecero scolpire da
A. Cimbelli un bassorilievo, allogato sopra il portale della chiesa, che
raffigura la Madonna con il Bambino tra i santi Ansano (con la palma del
martirio) e Antonio di Padova (con il libro e giglio). Inoltre, nel 1931,
fondarono una rivista popolare mensile intitolata «S. Antonio», che ebbe larga
diffusione tra i devoti del Santo, soprattutto nel territorio spoletino, e fu
stampata fino al 1970.
Festeggiamenti più solenni del solito ci furono anche in altri anni, a
motivo di qualche particolare avvenimento attinente al Santo, come nel 1946,
quando Pio XII, con la sua lettera apostolica «Exulta, Lusitania felix, o felix
Padua gaude», del 16 gennaio, lo proclamò solennemente dottore universale
della chiesa, confermando ed estendendo a tutta la chiesa il culto di dottore
che il Santo godeva già dal giorno della sua canonizzazione; o come
recentemente, in occasione dell’ottavo centenario della nascita del Santo
(1995), quando i frati di Padova organizzarono una «peregrinazione» di
alcune reliquie di S. Antonio per tutta Italia, toccando anche sette città
dell’Umbria: Terni, Foligno, Assisi, Perugia, Gubbio, Città di Castello e
Spoleto, dove i venerati resti sostarono il 13 settembre, prima a S. Ansano e
in serata nella cattedrale, con grande afflusso di devoti nonostante
l’inclemenza del tempo.
A proposito di reliquie, va ricordato che i frati minori conventuali di
Padova ne hanno donate due autentiche al convento spoletino dei SS. Ansano e
Antonio: una nel 1981, come ho già detto, in occasione della ricognizione del
corpo del Santo (è tratta «ex massa corporis» ed è custodita in un
reliquiario del 1959 portato ogni anno
in chiesa per la festa); l’altra nel 1998 (è un frammento di cute, racchiuso
in un reliquiario che è più agevole portare in processione).
Le espressioni di culto e devozione verso i santi, che possono configurarsi
come «religiosità popolare», sono andate in crisi in molti casi, ma il «fenomeno
antoniano», nato fin dalle origini da una forte istanza popolare e proseguito
in un crescendo inarrestabile, è più vivo che mai e diffuso in tutto il mondo.
Anche a Spoleto, come si può constatare ogni anno in occasione delle
celebrazioni antoniane che hanno luogo nella chiesa dei SS. Ansano e Antonio
(triduo, festa del 13 giugno, solennemente celebrata secondo il calendario e i
libri liturgici dell’Ordine Serafico, e processione per le vie della città),
S. Antonio continua a richiamare grandi folle e ad offrire a tutti, da vero
amico, il suo messaggio, la sua protezione e la sua benedizione. 5.
La Preghiera
Ecco la preghiera con
la quale S. Antonio viene invocato
in questa chiesa di cui è contitolare: O
glorioso Sant’Antonio di Padova, che
ricevesti gli onori degli altari a Spoleto, città
che sempre ti ha amato, venerato e invocato, ascolta
benigno la preghiera che ti rivolgiamo. Tu
che, divenuto discepolo di Francesco, predicasti
con grande passione il vangelo di Cristo, aiutaci
ad aprire il cuore alla parola del Signore, perché
la nostra vita continuamente si rinnovi nello
spirito delle beatitudini evangeliche e
annunci la salvezza donata a tutti
dal Figlio di Dio. Tu
che avesti la grazia incomparabile di
stringere fra le braccia il Bambino Gesù, benedici
tutti i nostri bambini, guida
i giovani verso una vita piena e generosa, conserva
nelle famiglie l’unità, la fede e l’amore. Tu
che fosti un costruttore di pace fra gli uomini, guarda
alle vittime della violenza e della guerra e,
in questo mondo pieno di tensioni e di lotte, trasformaci
in operatori di fraternità e riconciliazione. Tu
che ti facesti difensore dei poveri e degli oppressi, soccorri
quanti sono provati dalla sofferenza, dalla
solitudine, dall’indigenza e dall’ingiustizia, e
rendici fattivamente solidali con loro. Tu
che ricevesti il dono delle guarigioni e dei miracoli ottieni
a tutti noi la salute dell’anima e del corpo, sostienici
nelle fatiche e nelle prove di ogni giorno e
fa’ che possiamo amare, servire e glorificare Dio nella
vita presente e in quella futura del cielo. Amen. |
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